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Don Manganiello: fate luce sul silenzio dei giornali su Greco

Don Manganiello: fate luce sul silenzio dei giornali su Greco
di don Aniello Manganiello *
Don Aniello Manganiello

Don Aniello Manganiello

Come tutti sanno, dedico la mia vita alla lotta contro la camorra e al recupero dei giovani che hanno aderito ai vari cartelli criminali della Campania. Soffro per le molte difficoltà che incontro, per i silenzi complici delle istituzioni, ma gioisco anche per i frutti della carità che mi ha consentito di poter assistere a tante conversioni volute da Dio e transitate attraverso la mia umile e indegna persona.

Dall’altro giorno, però, mi sento davvero smarrito e tra qualche rigo vi spiegherò il motivo della mia desolazione.

Premetto che la criminalità più invincibile è quella ben camuffata nelle istituzioni, che va scoperta sotto le facce ufficiali del nostro potere logoro. Addirittura penso che le mafie siano più presenti nello Stato e nell’establishment che per strada, cioè tra i ragazzi che spacciano e sparano e che rappresentano non la causa dello sgretolamento sociale, ma il prodotto delle pubbliche inefficienze, ingiustizie e ruberie. Quando dico Stato intendo, in senso lato, “il potere” che, in gran parte, oggi vive di rappresentazione e non di realtà, attraverso il sostegno degli organi di informazione che spettacolarizzano la politica decadente del nostro tempo, di fatto legittimandola e promuovendola acriticamente.

Non avrei mai immaginato, però, che l’intreccio tra la criminalità in doppio petto, le istituzioni e gli organi di informazione potesse raggiungere un livello sinergico così stretto e desolante, con conseguente forte allarme per quel che resta della nostra democrazia.

L’altro giorno – e veniamo così al motivo di questa mia nota allarmata e disperata – la magistratura ha fatto arrestare, con accuse gravissime, dieci persone (32 gli indagati) accusate di bancarotta fraudolenta documentale e patrimoniale, ricettazione e riciclaggio. Secondo gli inquirenti avrebbero avuto un ruolo fondamentale nella malagestio della società Impresa spa, specializzata nella realizzazione di grandi infrastrutture tra cui segmenti delle metropolitane di Genova, Napoli e Milano. Questi signori avrebbero determinato un danno all’Erario di 80 milioni, un passivo alle loro società di circa 450 milioni e un indebitamento di 700 milioni di euro, distraendo parte di questi soldi nelle proprie disponibilità con l’acquisto di jet privati, ville e aziende, finanziando così le loro esistenze da sceicchi.

imageIl fatto in sé, di questi tempi, non meraviglia più di tanto, pur trattandosi di uno dei più giganteschi presunti imbrogli degli ultimi decenni. Meraviglia e inquieta che di questa storia non sia uscito un solo rigo sui giornali (tranne Il Fatto quotidiano e qualche testata online), nonostante la notorietà di alcuni degli indagati, presenti anche nel mondo dell’informazione, a cominciare dagli imprenditori Vincenzo Raiola e soprattutto Vincenzo Maria Greco, quest’ultimo considerato un “padre padrone” di Napoli, coinvolto in molte inchieste, già arrestato dopo il terremoto ma poi non condannato. Greco, soprannominato ‘O professore, ha avuto interessi nei giornali, è stato socio di altri imprenditori-editori, è il cugino del direttore del Tg1 Mario Orfeo, ma tutto questo non spiega il perché del black out pressoché totale deciso e attuato dalla stampa regionale (tutta) e da gran parte di quella nazionale.

Mi chiedo quale possa essere il motivo per cui giornali e tv abbiano sospeso per un giorno il loro diritto/dovere di informare: complicità, cointeressenze con gli indagati, imposizioni, timore di ricatti? Cosa? In questi casi ci si può attendere di tutto, magari un’informazione squilibrata, iper-garantista o forse anche una campagna in difesa degli arrestati, ma il silenzio assoluto (concordato tra le testate, evidentemente) segnala qualcosa di diverso, che dovrà essere chiarito. I direttori dovranno spiegarlo e in fretta, perché non è stata espunta dai timoni dei giornali il genere della cronaca giudiziaria, ma è stato cancellato un solo evento peraltro gravissimo. Gli arresti continueranno, pertanto, a far notizia, ma a condizione che in galera non finiscano veri o presunti notabili. Quale etica può giustificare tutto questo, che cioè la cronaca giudiziaria valga per “ultimi”, poveracci, sconosciuti e non anche per il jet set? Si manda in prima pagina il furbetto del cartellino, spesso vittima di una sub cultura contro la quale questo potere non fa nulla per ricreare una nuova etica civica, e non un signore che avrebbe architettato un crac di 700 milioni, l’ennesimo scandalo che i cittadini pagheranno con le loro tasche sempre più misere e leggere.

Questa non è cultura della libertà. L’anti Stato e la camorra si comportano in questo modo, negando, opponendo il silenzio mafioso della convenienza contro la democrazia e l’affermazione della verità.

I direttori dei quotidiani dovranno scusarsi, altrimenti cominceremo con i nostri presidi di “Ultimi” una battaglia contro la lettura di questi giornali di parte. Non potremo più acquistare fogli così equivoci, i cui vertici appaiono come anelli di ingranaggi oscuri, simboli di fedeltà verso ambienti non trasparenti. La fedeltà, invece, dovrebbe segnare positivamente il rapporto tra le testate e i lettori così come prevedono tutti i codici deontologici.

La incomprensibile, concorde scelta dell’altro giorno è stata una campagna muta contro il diritto del popolo di conoscere, condotta con l’arroganza strategica di un attentato terroristico. Portata, cioè, a segno con la stessa logica di annientamento (della verità) del fondamentalismo islamico e, per giunta, con la copertura morale delle redazioni, che non hanno scritto un solo rigo di dissociazione da tale scelta dei direttori, e con il conforto dei cosiddetti intellettuali che scrivono quotidianamente le loro sterili prediche giornalistiche, non sostenute, a quanto pare, da alcun valore praticato.

* già parroco di Scampia e fondatore dell’Associazione Ultimi contro le mafie e per la legalità

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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