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Don Puglisi, don Diana e il coraggio delle chiese di frontiera

Don Puglisi, don Diana e il coraggio delle chiese di frontiera
di Andrea Manzi
don diana

don diana

Se un prete scende per strada e s’ingegna per salvare un uomo (o un’anima, se volete) fa il suo lavoro. Se quel prete temerario – sceso per strade buie e insanguinate – lotta in solitudine e con forza per portare il sole nel cielo grigio del quartiere Brancaccio, e lo fa “sporcandosi le mani”, stringendo cioè alleanze ardue oltre che con Dio anche con gli uomini, soprattutto coi bambini dei mafiosi da strappare a un futuro abietto, o è un pazzo o un santo. E don Pino Puglisi, ammazzato dalla mafia nel giorno del 56° compleanno, il 15 settembre di diciannove anni fa, per ordine dei capimafia Filippo e Giuseppe Graviano, corre il serio rischio della santità. La Chiesa gli ha aperto la strada il 28 giugno scorso, quando il Papa ha autorizzato a promulgare il decreto per il suo martirio, che consentirà di procedere alla sua beatificazione e alla sua elevazione all’onore degli altari.

Dicevamo del sole nel cielo di Brancaccio, sotto il quale vi era la chiesa-fucina di don Pino. Spuntava, quel sole, ogni qualvolta un ragazzo veniva tolto dalla strada e il coraggio sociale di quel prete docile e fermo indicava il modello di vita cristiana al quale potersi riferire. Modello anche per i sacerdoti, che la mafia intendeva ricacciare nelle sacrestie. Una funzione civica è diventata così modello di santità cristiana, eroismo quotidiano prossimo e praticabile.

La Chiesa, soprattutto in Sicilia, non aveva percorso frequentemente, fino a quei giorni, i terreni della legalità, prestando il fianco a ricorrenti critiche di omissione o addirittura di contiguità con la mafia. Da giugno scorso, con saggia puntualità, quella Chiesa dei silenzi a tratti irritanti ha colmato vuoti e ritardi, indicando un percorso di partecipazione attiva e di recupero delle coscienze. La parola “confisca” non si pronuncia più sottovoce a Palermo, negli spacci alternativi circolano i prodotti col marchio delle terre liberate dalle mafie. Negli ultimi giorni, però, i criminali hanno ripreso a ordire nel buio, facendo a tratti scomparire il sole sopra Brancaccio e altrove. Roghi, incendi, intimidazioni perseguono l’obiettivo di incenerire quei marchi liberi e laboriosi. La mafia rivuole la terra, gli agi, gli affari, il potere.

Don Luigi Ciotti, rievocando il sacrificio di don Pino Puglisi e l’altro martirio di don Peppino Diana, avvenuto a Casal di Principe un anno dopo, il 19 marzo del 1994, recuperò una pagina antimafia della Campania, quando Papa Wojtyla, nel 1990, schierò, con il discorso di Capodimonte, la città di Napoli sulla prima linea dell’impegno civile. Fu sull’onda di quelle parole che i vescovi si misero al lavoro e redassero il documento “Educare alla legalità”. La libertà e la giustizia furono considerati presupposti irrinunciabili per realizzare i valori evangelici. Una linea di impegno, che presuppone il rafforzamento della coscienza collettiva, carente soprattutto nel Mezzogiorno, tant’è che molte battaglie civili sfociano in sterili fiumi di parole.

La realtà richiede impegni, non teorie. L’Italia è tra i sessanta paesi più industrializzati del mondo, ci ricorda don Ciotti, ma occupa il 55° posto per cultura della legalità e il 156°, dietro l’Angola, per efficienza dell’amministrazione della giustizia. Nel Sud le cose vanno peggio per le indisturbate contiguità tra la politica e le mafie. Occorre pertanto lottare a viso aperto, senza affidarsi a inutili slogan. Quest’impegno è un dovere di ciascuno non più delegabile, anche perché don Puglisi e don Diana, “che saldarono la terra con il cielo”, sono stati spediti in cielo e non possono più darci una mano.

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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