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Dopo gli arresti di Cava il pm chiede ai cittadini: “Collaborate”

di Andrea Manzi

È fin troppo ovvio che la presunzione di innocenza si imponga come principio irriducibile in ogni inchiesta giudiziaria. Lascia però molto inquieti la convinzione del procuratore della Repubblica di Salerno, Franco Roberti, espressa anche in occasione dello scandalo sugli appalti pilotati al Comune di Cava de’ Tirreni (sindaco sotto inchiesta, un assessore ai domiciliari), secondo la quale la camorra nel Salernitano esplichi le sue attività prevalentemente nel controllo della pubblica amministrazione. Si spara meno che altrove, ha più volte affermato Roberti, perché si fanno più affari. Ma come farebbe la camorra a controllare le istituzioni, determinandone le scelte e l’agire? Condizionando, evidentemente, una politica che è diventata segno e spia della decomposizione del tessuto civile, occupandosi del territorio come di una miniera di affari e di un serbatoio elettorale da gestire, succhiando le residue risorse destinate alle popolazioni.
L’invito rivolto da inquirenti e investigatori ai cittadini di entrare nel “gioco” e collaborare per il buon esito delle indagini appare decisamente sopra le righe, non inquadrabile in una vicenda processuale “normale”. Deve essere, pertanto, profonda la convinzione della Procura che ci si trovi di fronte alla punta di un iceberg e che di conseguenza la portata del fenomeno politico-criminale sia devastante, enorme. C’è il sospetto che i cittadini vivano fuori del binario della storia, inclini ad arcaici ossequi padronali. Le indagini di Cava de’ Tirreni nascono da un filone sul tesseramento del Pdl, a sua volta scaturito da un’altra inquietante vicenda giudiziaria che riguardò il Comune di Pagani: tessere, soldi, appalti, affari, il più vecchio dei cocktail che intossica da decenni la libera determinazione del consenso e la stessa vita democratica.
Non appare, pertanto, peregrina la richiesta del parlamentare Francesco Barbato di predisporre una commissione d’accesso e verificare se esistano i presupposti per lo scioglimento del Consiglio comunale metelliano. “I camorristi sono lo strumento, i soggetti con i quali i politici fanno i patti scellerati per rafforzare il loro potere di gestione” diceva il sociologo Amato Lamberti, il cui pensiero in queste circostanze appare sempre più lucido e attuale. La sua conclusione era amara: “Se arrivano le commissioni di accesso, sciolgono tutti i consigli comunali campani, dico tutti”. In effetti, il vero problema della dittatura criminale che ci opprime è la corruzione perché è accertato che l’economia direttamente criminale non supera il 10 per cento. I soldi veri, sosteneva Lamberti mostrando studi recenti dell’Osservatorio sulla camorra, transitano attraverso la pubblica amministrazione, dal momento che nessun’altra attività criminale consente gli stessi guadagni. “Pensate ad un ospedale” raccontava il sociologo ai suoi studenti: “Le forniture per un solo genere alimentare, mettiamo la carne, ammontano a qualche milione di euro l’anno. Posso assicurarvi che tra le forniture degli ospedali campani non ne troverete una pulita. Secondo voi si aggiudica l’appalto chi vince la gara? Macché, l’appalto lo ottieni se trovi la sponda giusta”. Ebbene, da quel che si apprende, a Cava il lavoro lo facevi anche senza appalto e senza gara, le carte si mettevano a posto tranquillamente a distanza di mesi. Perlomeno in una circostanza questo andazzo è stato documentato. Ma quel che più indigna non è tanto l’ennesima storia di criminale assalto alle risorse pubbliche quanto l’esercizio di un potere d’interdizione in campagna elettorale da parte di goffi boss in sedicesimi travestiti da imprenditori. Ecco, su questo terreno la Procura dovrebbe indagare più a fondo, facendo passare ai raggi X frequentazioni e sostegni forniti a candidati di equivoche ascendenze non solo a Cava ma soprattutto nell’Agro Nocerino Sarnese.
Si ha l’impressione che si sia verificato, negli ultimi, recentissimi anni, un salto di qualità che ha portato la camorra, spesso nemmeno più travestita, nuovamente al tavolo della gestione istituzionale, proprio come accadde nei giorni del dopo terremoto. Un’escalation che si sarebbe verificata soprattutto grazie al distacco creatosi tra cittadini e istituzioni e al conseguente passaggio dal parassitismo di Stato di qualche decennio fa al clientelismo localistico più democraticamente invalidante.
Tale degenerazione è riconducibile in gran parte alla grumosità dell’attuale Centrodestra. Mentre nello schieramento avversario, che non è immune da fenomeni anche gravi di corruzione, le discipline procedurali e il sopravvissuto controllo correntizio attenuano o isolano le derive neo-peroniste, tra gli epigoni provinciali del Cavaliere la democrazia risulta ridotta a deliranti esercizi di ostentata potenza supposta. Sono i sintomi di un irrefutabile fallimento della governance, spesso portatrice di interessi illegali. Gli stessi interessi che, probabilmente, in assenza di una coscienza democratica, hanno attratto il personale dell’anti Stato nella diretta gestione della vicenda istituzionale. Il circolo vizioso che ne è conseguito ha bloccato la storia, colmandola di un vuoto senza confini. Forse proprio a quest’abissale (ed esplosivo) vuoto si riferiscono i magistrati quando parlano del Salernitano come di un’area nella quale la camorra fa tanti affari da non aver più il tempo di sparare, nemmeno per sbaglio.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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