Dopo il crac per gli Amato altri guai: accusa di truffa all’Inps

Non finiscono più i guai per i componenti della famiglia Amato, titolari dello storico pastificio salernitano dichiarato fallito e per il cui crac è in corso un procedimento giudiziario. Adesso, però le accuse sono diverse (le ipotesi di reato riguardano il periodo che va dal 2007 al 2010 ed è di truffa ai danni dell’Inps). Il cavaliere Peppino Amato, storico patriarca della famiglia, risultava presidente del consiglio di amministrazione e il figlio Antonio Amato era l’amministratore: l’azienda chiese per un gruppo di lavoratori la cassa integrazione straordinaria mentre ci si adoperava – secondo l’accusa – per fare assumere altri operai (in sostituzione dei cassintegrati), utilizzando due cooperative di lavoro, causando però un errore per l’istituto di previdenza nazionale. Ieri il cavaliere Giuseppe Amato e il figlio Antonio erano davanti al giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Salerno, Renata Sessa, per rispondere di truffa ai danni dell’Inps. Giuseppe Amato è stato rinviato a giudizio mentre per Antonio Amato la condanna è stata convertita in una pena pecuniaria pari a 20mila euro.
Per quanto riguarda il filone principale dell’inchiesta relativo al crac Amato a fine novembre 28 imputati furono tutti rinviati a giudizio, mentre il gup Franco Attilio Orio ha invece accolto le richieste di patteggiamento per Giuseppe Amato jr (tre anni e sei mesi), Mario Del Mese (due anni e dieci mesi), Antonio Amato (tre anni), Antonio Amato jr (un anno e undici mesi). Tra questi rinviati a giudizio anche il capostipite della famiglia, il cavaliere Giuseppe Amato e il presidente del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti, Claudio Siciliotti, accusato di concorso in bancarotta fraudolenta. Gli indagati per la bancarotta della storica azienda salernitana erano in totale 33. Oltre al Cavaliere Amato e a Siciliotti, sono stati rinviati a giudizio anche Massimo Menna, amministratore della Pasta Garofalo; Alfio Barbato, dipendente del pastificio; i liquidatori della Antonio Amato spa Ignazio Amato e Maria Francesca Napoli; i componenti del collegio sindacale Marcello Mascolo di Cava de’ Tirreni e Alfredo Delehaye di Napoli; l’imprenditore siciliano Giovanni Giudice che aveva preso in fitto lo stabilimento; Leonardo De Filippo, di Sarno, titolare della Edil De Filippo; Mirko Mannaro di Napoli; gli imprenditori Maria Cirillo e Francesco Maria Franzesi; la moglie di Labonia, Patrizia Beatrice, in quanto legale rappresentante della società Gielle Service; l’ex amministratore unico dell’Amato Re Pietro Maria Vessena,i commercialisti Maurizio Pilone, Emanuela Troiero, Michela Cignolini, il presidente del collegio sindacale della società immobiliare della famiglia Luciano Vignes e i sindaci Pasquale Attanasio e Paola Bisogno, l’ex sindaco Antonio Esposito, Gilberto Belcore, Enrico Esposito. Quattro sono dunque coloro i quali hanno patteggiato la pena, per un imputato – Carmine Acconcia – c’è il rito abbreviato.

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