Doppio binario politico: unità a Roma e scontro locale

Doppio binario politico: unità a Roma e scontro locale
di Carmelo Conte

01montecitorioLa tensione accumulata dai partiti in venti anni di contrapposizione tra berlusconismo e antiberlusconismo, messa alla prova della collaborazione per fronteggiare l’emergenza, ha determinato due effetti contrastanti. Da un lato ha reso plasticamente visibile il processo di omologazione tra destra e sinistra e il loro scivolamento verso il centro, la terra promessa della politica italiana; e dall’altro ha fatto esplodere contraddizioni che stanno sconvolgendo il Pd. Nel quale l’egemonia dell’ex Pci sopravvive grazie all’apparato e non alla politica che stenda ad assumere un profilo riformista condiviso. Laddove, per una sorta di contrappasso, si tende a far prevalere, in particolare nella politica delle alleanze, il modello che fu della Dc. Una mutazione genetica che è la causa prima di quanto è accaduto in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica. L’appiattimento delle posizioni sembra, invece, giovare al Pdl in quanto funzionalmente predisposto a fare acriticamente propri i mutevoli orientamenti di Berlusconi. Che, in questa fase, per ragioni personali e per fare risaltare di più le divisioni interne al Pd, predica la pacificazione e si appella al dovere della responsabilità verso la nazione. Tuttavia è prevedibile che, medio tempore, per ribaltare l’equilibrio elettorale in suo favore si rimetta a ritessere la tela della contrapposizione purchessia. Di questo Enrico Letta è ben consapevole e si muove con prudenza, facendo tesoro delle sue doti di mediatore che non hanno nulla da invidiare a quelle dello zio Gianni, l’anima quieta di Berlusconi. Ne è prova la decisione di riunire in un’abazia (come usavano le correnti democristiane) per fare spogliatoio ovvero squadra, per modo che ognuno dei suoi componenti possa fungere da ammortizzatore rispetto ai partiti di appartenenza e nel contempo assicurare qualità e coesione all’azione del Governo. L’impresa appare ardua, anche perché cresce la minaccia di una recrudescenza della violenza sociale che potrebbe rivelarsi, però, anche un cinico fattore di coesione della maggioranza: le tensioni aggressive – lo insegna la storia del terrorismo – spingono le forze politiche a fare causa comune. Non va sottovalutato, infine, l’effetto che può avere la ricaduta della politica delle larghe intese a livello regionale. Dove il bipolarismo regge grazie alla legge elettorale che prevede l’elezione diretta del presidente, anche se le divisioni interne ai partiti prevalgono sulla politica, come dimostrano i malumori determinati dalla scelta di ministri e sottosegretari. In Campania, ad esempio, la nomina a ministro della Di Girolamo (BN) è stata mal digerita dalla Carfagna e da Caldoro, e quella di De Luca a sottosegretario ha scontentato grande parte del Pd. Ma ciò che più rileva è come si possa governare insieme a livello nazionale e contrapporsi in sede locale. In particolare, bisogna chiedersi se un membro del Governo possa candidarsi a presidente di una Regione avendo per avversario chi è suo alleato nella maggioranza nazionale. Per stare alla Campania, può De Luca, mentre è sottosegretario in un Governo con il Pdl, essere candidato per la Presidenza della Regione contro l’attuale Governatore che del partito alleato è un esponente di rilievo? Con il sistema proporzionale in vigore nella Prima repubblica sarebbe stato possibile perché le alleanze si facevano dopo il voto, mentre non è politicamente sostenibile con il maggioritario, anche per non prestare il fianco al populismo di Grillo. In ogni casa, si sostiene nel Pd, con un eccesso di ottimismo, superato la fase degli auguri di buon lavoro per la nomina ricevuta (cui, con un in bocca al lupo, si associa anche chi scrive), sarà lo stesso De Luca a porsi il problema di non compromettere sul nascere la collaborazione con Caldoro ma a far prevalere l’interesse della Campania.

 

redazioneIconfronti

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