Dov’è finito il verde delle città?

Dov’è finito il verde delle città?
di Antonio Memoli

Oramai da tempo nelle città non si piantano più alberi, non si creano nuovi giardini e quelli rimasti vengono curati con scarsità di mezzi e risorse o, male peggiore, si sostituisce la vegetazione abbattuta con più attrattivi – solo per degli incompetenti architetti di progetti avulsi dal contesto ambientale – alberi immaginifici. Capita sempre più spesso che, per ragioni economiche o per un dubbio gusto estetico, dopo l’abbattimento di alberi da eliminare non vi sia una loro adeguata sostituzione bensì un mal studiato intervento. Un intervento frutto di una progettazione giustificata da un abbattimento causato da una natura che si ribella alle ingerenze artistiche ed affaristiche di messa a dimora di piante non controllate acquistate solo perché costano meno: valga per tutti il caso emblematico del punteruolo rosso che ha decimato migliaia di palme in Italia messe a dimora un po’ ovunque come se fossero le uniche piante disponibili al mondo; oppure dalla furia funzionalista dell’uomo come a Varese dove sono stati abbattuti 18 arbusti per costruire un parcheggio o a Bologna che nel rifacimento di piazza Minghetti ha visto tagliare 12 alberi o come a Salerno dove la costruzione del Crescent ha fatto sostituire diversi vecchi platani del secolo scorso con delle palme dal lungo fusto completamente estranee a quelle che da sempre caratterizzano il lungomare salernitano. Lungomare salernitano da restituire al suo splendore arboreo ricreando quel caratteristico connubio tra palme e pini marittimi difformi tra loro eppure in simbiosi in un paesaggio dal contrasto cromatico e spaziale così frequente nelle nostre genti.
Il rischio degli interventi, o meglio, non interventi arborei attuati è non solo la perdita del verde ma lo straniamento del nostro paesaggio naturale. Cito un lungo passaggio di un vecchio articolo di di Ippolito Pizzetti, tra i più grandi giardinieri paesaggisti e senza forse il più grande tra gli italiani.

Pizzetti dice: “È un fatto curioso come siano in pochi a rendersi conto di come la maggior parte dei giardini dentro le nostre città o attorno alla città siano costituiti principalmente da una vegetazione arborea del tutto estranea a quella locale, presente in modo frammentario o scomparsa: c’è una assoluta, costante prevalenza delle conifere. Provate, nella maggior parte di questi spazi verdi, a trovare anche una sola quercia.

Tiglio e Carpino bianco

Desidero dirlo subito: non vorrei dar luogo ad un equivoco, non vorrei che da questo mio discorso si inferisse che io sia un fanatico seguace del proclamato credo ambientalista, accettato alla lettera dai neofiti, “solo piante autoctone”. Cosa sarebbero diverse nostre città del sud o anche della riviera ligure senza piante esotiche, o le nostre città del nord senza le Magnolie (che pure molti milioni di anni fa sono state “autoctone”)? … Mi appare un assurdo che nei giardini (diversamente che in altri paesi oltre il nostro confine, nel centro e nel nord d’Europa) la vegetazione consista in massima parte di conifere squallidamente sempre uguali in tutte le stagioni e dove … il paesaggio originario non rechi più o quasi in nessun luogo, nei pressi o attorno alle città, traccia della vegetazione originaria”.
Ricomponiamo il verde delle nostre città, recuperiamo la bellezza dello sguardo su di un paesaggio naturale progettato dall’uomo in osmosi con la natura circostante; recuperiamo il verde come colore, il verde della speranza in affanno.
Nel nostro quotidiano stimoliamo la nostra intelligenza, la nostra creatività, le nostre pubbliche amministrazioni; creiamoci un piccolo giardino dove possiamo, anche sul terrazzo, un piccolo giardino che arricchisca gli occhi e ci faccia vedere oltre il grigiore dei tempi.

Antonio Memoli (changes.nsv@gmil.com)

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *