Gio. Giu 20th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Drammaturgia della voce fra necessità e virtù

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di Francesco Tozza

Vincenzo Albano con Maurizio Scaparro

“Per voce sola. Parole della nostra scena”

a cura di Vincenzo Albano

Salerno 26 settembre-24 ottobre 2014

di Francesco Tozza
Vincenzo Albano con Maurizio Scaparro
Vincenzo Albano con Maurizio Scaparro

Cosa spinge un giovane di belle speranze (come si diceva una volta!), con alle spalle qualche intrigante esperienza d’attore e un cimento non trascurabile nella saggistica teatrale (di tutto rispetto la recente monografia su Francesco Silvestri, rielaborazione della accurata sua tesi di laurea), ad avventurarsi nel territorio minato della distribuzione dello spettacolo, dove dominano – anche a livello locale – vecchi, ormai logori potentati, con la protezione, spesso assai poco convinta e convincente, delle istituzioni, dominate quasi esclusivamente dalla logica del consenso politico, assai di rado dal più nobile scopo della formazione e del mantenimento in vita di una sempre più bistrattata attività culturale? Di sicuro il gusto del rischio (fra l’ingenuo e il tormentato), la volontà di rompere steccati a volte davvero insormontabili, ma anche il desiderio di proposte diverse, magari alternative, o come tali comunque avvertite, a ragione o a torto (per i vuoti di memoria storica che l’età anagrafica giocoforza comporta!), ma in ogni caso da incoraggiare assolutamente. E’ così che Vincenzo Albano (è lui il giovane operatore teatrale di cui stiamo parlando) ha appena realizzato, nell’arco di un mese circa, con patrocini, collaborazioni e supporti vari (come recitano i dépliants, ma in sostanza con le sole sue forze) una minirassegna teatrale: un timido tentativo lo aveva già fatto, a febbraio dell’anno scorso, offrendo un breve omaggio allo stesso Silvestri, in quella che emblematicamente aveva chiamato Teatrografia, con intento evidentemente monografico, di cui sono auspicabili successive, nuove puntate. Questa volta l’iniziativa si è concretizzata in quattro appuntamenti “per voce sola” e un laboratorio intensivo da parte di una di quelle voci (Mimmo Borrelli): il tutto ospitato nella modesta saletta del Giullare di via Vernieri e, per una volta (cioè per il pluripremiato monologo di Cristian Ceresoli, interpretato da Silvia Gallerano, nonché per la tre giorni laboratoriale), nello spazio più ampio  del Centro Sociale di Pastena; e pensare che, a Salerno, spazi teatrali in senso lato, o comunque splendidamente teatralizzabili, ce ne sarebbero parecchi, inutilizzati però, o comunque concessi una tantum, in modo non proprio chiaro!

Venendo quindi, brevemente, al merito delle singole performances – si tratta di assoli, lo si è detto, per scelta di campo e predilezioni drammaturgiche da parte del curatore, piuttosto che per le ovvie ragioni di un più facile rientro nelle spese (quando si ha a che fare con un unico attore) – ci piace confermare il piacere, anzi l’entusiasmo, con cui già accogliemmo Saverio La Ruina e il suo ormai celebre Dissonorata, visto in anteprima nazionale, a “Benevento Città Spettacolo”, nell’ormai lontano settembre 2006, e poi rivisto (cosa che non facciamo quasi mai) in altre sedi e occasioni. La lingua dolce, musicalissima (un calabrese impastato di lucano), con cui un dimesso Saverio en travesti (senza sbavature, quasi con grazia e pudore, non senza un pizzico di accorata ironia) ha rievocato, in prima persona, la triste vicenda e il doloroso destino di Pascalina (donna-vittima di una cultura maschilista d’altri tempi, ma sempre in agguato), ha incantato letteralmente l’uditorio; il sassofono (musiche originali, composte ed eseguite da Gianfranco De Franco) che accompagnava  quell’insanabile dolore, tanto più toccante in quanto espresso con un fil di voce, senza improbabili gridi di rabbia o pleonastici gesti provocatorî, faceva da melanconica controscena, fino a quando le note di Violeta Parra (col suo Gracias a la vida), nello splendido finale, hanno chiuso, quasi con un soffio di speranza, il cortocircuito delle emozioni.

Sorprendente (almeno per chi, come noi, non conosceva ancora il giovane attore) il secondo assolo, offerto da Luca Trezza, con il suo Trittico del mio byte: lacerti di vite disperate, senza indulgere in forme di un ormai stereotipato realismo, venivano presentati con una immensa voglia di comunicazione, in sotterranea polemica con i mezzi più agguerriti della tecnologia contemporanea. Particolarmente riuscito il primo dei tre monologhi, con quella sua ricerca allucinata di una madre che illuminava sinistramente indicibili zone d’ombra di una psicologia ferita, delirante: qui ancora una volta la voce, accompagnata da una sapiente colonna sonora e da una gestualità composta ma intensa, si è fatta teatro, dando vita ai fantasmi dell’inconscio, icasticamente portati alla ribalta della coscienza narrante.

Peccato, però, che due perle simili siano state messe vicino a la merda: la nostra non è propriamente una battuta, facendo riferimento al titolo vero e proprio del terzo appuntamento della rassegna, a noi apparso piuttosto deludente. Il testo, di Cristian Ceresoli, era interpretato da Silvia Gallerano: ingenuamente e sterilmente provocatorio, sin dal titolo appunto (certo di richiamo… e a suo modo efficace, a giudicare dal pubblico accorso, ben più numeroso delle altre serate: astuzie della sempreverde “società dello spettacolo”!); evidenti i luoghi comuni, con relativa, consumatissima fraseologia, per stigmatizzare una cultura maschilista-repressiva che ha trovato note e registri ben più crudi e sferzanti nel teatro contemporaneo (Sarah Kane, per esempio); recitazione non convincente della scandalosa Silvia (a detta di certa stampa locale, ma scandalosa per chi, oggi poi?!), che per altro faceva il verso, nell’impostare la voce, nel sagomare il volto e le labbra, ad una delle nostre più grandi attrici, ancora alla ribalta nonostante i suoi 90 anni, Franca Valeri, riconoscibile e riconosciuta – certo anche per alcuni suoi non frequenti passaggi in televisione – anche da esponenti delle più giovani generazioni. Non si vuole certo infierire contro Ceresoli, da noi peraltro apprezzato una decina di anni fa, quando – sempre a Benevento Città Spettacolo – fece una delle sue prime apparizioni, artefice, accanto ad Antonio Pizzicato, di un intrigante spettacolo, che felicemente univa parole e musica e, guarda caso, si intitolava Voce Sola. Questa volta le cose sono andate diversamente: il successo in un altrove… smisurato (quanti premi in una serie di paesi europei!) ci ha riempito di meraviglia, inducendo qualche sospetto sui responsabili della produzione, artefici di un evidente, sontuoso battage pubblicitario: evidentemente il conformismo, sempre più diffuso, paga; anche se non è mancato chi, quasi timidamente, ci chiedeva un parere (all’uscita), non avendo avuto il coraggio di esprimere il proprio, di netto dissenso, nel chiassoso coro degli applausi (consapevole del fatto che a teatro non si osa fischiare più, da decenni!).

La bellezza è tornata con l’ultima performance. Mimmo Borrelli ha offerto qualche saggio del suo repertorio: ancora lacerti di vita, espressi in una lingua misteriosa, musicale anch’essa, certo in via di estinzione nella sua stessa terra di origine (i Campi flegrei); la difficile comprensione di alcuni passaggi del monologo, col sempre incombente rischio dell’autoreferenzialità, veniva brillantemente aggirata dal bravo attore, grazie all’innegabile carica di simpatia, rivelata nelle parentesi colloquiali con il pubblico, ed alla evidente volontà di comunicare, ad ogni costo. Applausi, questa volta, nuovamente sentiti, convinti. Con l’auspicio, per Vincenzo Albano, di rivederlo al più presto alle prese con progetti operativi così qualificati, ancora più ricchi di proposte, magari più solidamente sostenute, e sempre caratterizzate dall’imprescindibile dibattito critico.