Drammaturgia sì, ma nel perimetro del palcoscenico

Drammaturgia sì, ma nel perimetro del palcoscenico

“La parola a teatro diventa suono”, così Ruggero Cappuccio; io aggiungo che la parola deve farsi anche corpo affinché diventi realmente efficace. Mi si obietterà che la voce è anche corpo. Bene, d’accordo. Ma è meglio specificare. Tutta la lezione delle avanguardie primo-novecento sta lì a dimostrarlo. Furono, infatti, quelli gli anni in cui andò affermandosi perentoriamente l’autonomia del linguaggio della scena nei confronti della letteratura. Una rivoluzione senza precedenti se si tralascia il fenomeno della Commedia dell’Arte e poco altro, in cui gli attori e non gli autori figuravano al centro della scena. Una rivoluzione copernicana che ribaltava una concezione tolemaica che metteva al centro di tutto il testo del poeta. Una cultura “testo centrica” ereditata dall’umanesimo e via via affermatasi come il canone per eccellenza. Tale pensiero svalutava soprattutto il lavoro degli attori. Questa visione del teatro è stata vincente fino alle soglie del novecento, compreso il naturalismo. Col secolo appena trascorso, invece, si affermarono nuovi pensieri. Il linguaggio si polverizzò e centrifugò; si affermarono i linguaggi e le poetiche. Sulle macerie di un pensiero unico, crebbe la consapevolezza che il teatro fosse il luogo dove convergevano più linguaggi artistici e dove, però, nessuno prevaleva. Ma, soprattutto, furono gli anni in cui si rivendicò la dignità di tutto ciò che era specificatamente teatrale e che apparteneva alla sua materialità. Per esempio, sulla scena cominciarono a contare di più i corpi degli attori. Non che prima non contassero; basti pensare al grande dominio dei grandi attori e dei mattatori contro i quali, è bene ricordarlo, s’affermò come argine ed efficace deterrente la neonata regia (quest’ultima, dopo un avvio così servile nei confronti dei letterati, prese strade decisamente più radicali e opposte). Voglio dire che, in quegli attori-interpreti, non c’era la consapevolezza della propria autonomia che, piano piano, portò la drammaturgia a mutare pelle e farsi “scrittura scenica”. Fu in tale clima che nacquero le prime pedagogie attoriche più o meno sistematiche, e dove si fece strada la volontà e l’idea di rendere “la scena” più libera, più coraggiosa ed utopica. Fu, allora che gli autori compresero che i propri testi dovevano accettare la mediazione degli attori e che questi erano per essi una risorsa più che un problema. Corpi gloriosi, quelli degli attori, che da sempre hanno reso e rendono possibile ancora il teatro. Oltre i pochi, grandi drammaturghi (Pirandello, per indicare il più grande di tutti), il teatro italiano ultimo è stato ben rappresentato, piuttosto, dagli attori. La Duse e Petrolini, Totò, Eduardo, Viviani, Carmelo Bene e De Berardinis, per esempio. Certo, so bene che ognuno di questi è stato anche, in certa misura, un drammaturgo. Ma la loro è stata una drammaturgia resa possibile stando appunto sul perimetro del palcoscenico, come anche quella dello stesso Cappuccio, ben testimonia. A farla breve, quando io penso al teatro, penso agli attori. Scusatemi, ma è così e non posso farci nulla.

redazioneIconfronti

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