Due Papi santi per rinverdire la speranza

Due Papi santi per rinverdire la speranza
di Luigi Rossi
Papa Giovanni XXIII e Papa Wojtyla
Papa Giovanni XXIII e Papa Wojtyla

Il New York Times ha pubblicato un articolo molto critico di Mauree Dowd sulla canonizzazione dei due papi. Tra gli altri discutibili rilievi, si denuncia il bilanciamento politico praticato a suo tempo da Benedetto XVI nella scelta di proclamare santo un pontefice decisamente conservatore come Giovanni Paolo II affiancandolo al “papa buono”!

Il giornale statunitense dimostra così che è sempre possibile l’uso strumentale di ogni evento o circostanza per parlar male in modo interessato. Per contribuire ad elevare gli animi e la riflessione su quanto si vive in piazza San Pietro inviterei a considerare la testimonianza umana dei due pontefici in una prospettiva di continuità del loro operato in un settore quanto mai vitale nel mondo: la difesa ad oltranza della pace.

Giovanni XXIII è il papa della pacem in terris, enciclica non solo scritta ma anche concretamente praticata a giudicare da quanto si riconosce egli ha fatto per risolvere la crisi di Cuba. Quando il mondo si trovò ad un passo dal confronto nucleare tra le due superpotenze, l’azione diplomatica della Santa Sede sperimentò una svolta epocale, sancita anche dai documenti conciliari. Oggi essa costituisce l’esempio felice del modo di operare del soft power nel gestire le relazioni internazionali e Giovanni Paolo II si colloca in questa prospettiva. Tutti ricordano cosa egli ha rappresentato per l’opinione pubblica mondiale quando prese posizione contro leader occidentali disposti a cincischiare con la guerra preventiva. Dal Vaticano egli gridò il deciso NO alla guerra divenendo il portavoce indiscusso della inascoltata maggioranza che si opponeva ad uno sciagurato conflitto che tanti danni ha arrecato ad una tormentata area del pianeta aggravandone i problemi. In quel momento si consolidò l’impegno della Santa Sede per la pace, scelta che ha avuto una recente vincente conferma quando Francesco ha invitato a raffreddare i motori della macchina da guerra messa in moto da chi riteneva di dover punire i colpevoli che avevano oltrepassato la “linea rossa”!

Due santi papi sono anche due convinti operatori di pace, quindi a ragione tributiamo loro il titolo di “figli di Dio”, come si legge nel vangelo delle beatitudini. Grazie a Giovanni XXIII e a Giovanni Paolo II il Vaticano può denunciare ogni forma oppressiva della società, difendere la persona contro ogni manipolazione, opporsi ad ogni ideologia totalizzante e ad ogni terrorismo intellettuale, consapevole che la giustizia non si estrinseca in aiuti caritativi al bisognoso, ma nell’impegno pieno per realizzare un sistema di eguaglianza distributiva nella libertà, fondamento della pace. È questo il vero bene comune; mai mera somma di diritti particolari e privati, sempre sociale e comunitario deve favorire lo sviluppo della personalità. L’idealismo di queste posizioni diventa realismo politico per prevenire conflitti e manifestare nel contempo attenzione verso le difficoltà del presente e dell’immediato futuro a causa delle persistenti fratture nel processo d’integrazione della famiglia umana. Perciò, più che perseguire una instabile eirene, che non rinuncia alla forza come unico mezzo per ristabilire gli equilibri nel mondo globalizzato, si richiama il concetto di pax, patto tra contraenti da rispettare nel contesto internazionale coinvolgendo tutti i soggetti nel quadro istituzionale.

La Santa Sede auspica vera shalom, come la intende la Bibbia: pienezza della tranquillità identificata col bene stesso nel senso concreto di ciò che rende prospera la condizione umana. Oggi tutto appare più difficile per l’espandersi del crogiuolo di una incredula secolarizzazione, ritenuta l’unica alternativa alla sacralità dopo il crollo delle ideologie. Ma il radicato immanentismo non riesce a dare una ragione al peregrinare dello spirito; crescono gli incubi dell’assurdo e il gelo del nulla, sensazioni che rendono ancora più nera la percezione di una notte incombente. La paura scandisce il quotidiano per i rischi dell’atomo impazzito, per il dilagante degrado ambientale, per il giocherellare con l’eutanasia e per il bisogno di travalicare la soglia dell’ultimo tabù con la manipolazione genetica per approdare allo stargate dell’uomo creatore di se stesso, benché ancora questi non riesca a risolvere problemi più semplici, generatori di diffusa precarietà. In questo apparente deserto è necessario cogliere l’evento vivificatore, capace di liberare dall’aridità e trasformare l’inquietudine, determinata da tanti enigmi generatori di ansie, in suggestive vie verso la ragione, possibile redenzione per l’uomo, finito e contingente.

I due papi, oggi santi, hanno svolto questo ruolo perseguendo la pace, intesa quale fine supremo della convivenza umana rispettosa dei principi fondamentali della comunità dei popoli. I diritti umani, l’autodeterminazione, l’uguaglianza fra stati, la giustizia e l’equità nei loro rapporti, la solidarietà e la cooperazione, la buona fede sono i principi ispiratori della diplomaiza vaticana che si appella al soft power per invitare a coltivare il rapporto tra etica ed economia e disporre degli strumenti idonei per regolamentare il mercato ritenendo che non sia giusto che tutti i beni passino per esso perché la persona non può essere oggetto di scambio ed esistono bisogni che il mercato non può soddisfare. Occorre porre riparo alla palese ingiustizia dei tanti che non riescono ad accedere ai beni necessari perciò, nel regolare la globalizzazione, questi elementi vanno considerati con rinnovata urgenza.

In questo campo il contributo dei due pontefici é risultato profetico per conservare e promuovere nella coscienza comune il senso della trascendente dignità dell’uomo. Nel discorso all’ONU del 1995, ad esempio, Giovanni Paolo II ha invitato ad assumere il rischio della libertà ritenendo giunta l’ora di una nuova speranza per migliorare non solo i rapporti funzionali nella convergenza d’interessi, ma per esaltare la fiducia reciproca e impedire il predominio dei forti. Solo così si esorcizzano guerre guerreggiate e fredde e si valorizza il ricco patrimonio culturale dell’umanità vincendo la paura ed approdando, finalmente nella civiltà dell’amore.

Non è fatuo buonismo, ma premessa di responsabile operosità per sconfiggere ogni coercizione o repressione volte ad imporre un modello sociale unico al mondo intero e costruire rapporti fondati sui valori universali di solidarietà e giustizia, modello che aiuta a superare nichilismi libertari, purifica la religione da ogni tipo di fondamentalismo, programma che tutte le diplomazie del mondo possono condividere. Non fosse altro che per riconoscenza, tutta l’umanità dovrebbe unirsi spiriturlmente con chi in piazza San Pietro eleva la preghiera di intercessione ai due pontefici che si sono spesi per il bene di tutti divenendo esempio per gli uomini di buona volontà.

 

 

Andrea Manzi

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