Lun. Ago 19th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

“E a D’Agostino dico: politica imprescindibile per regolare i conflitti”

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Non immaginavo che le mie ben modeste e limitate riflessioni sul rapporto tra l’espandersi del fenomeno dell’antipolitica (nell’Italia di Grillo, come nella Germania dei Pyraten, nella Spagna degli Indignados, come nella Grecia di Syriza fino all’Occupy Wall Street di New York) e il ritorno in grande stile della corruzione a livello nazionale come a livello locale, potesse suscitare le così dense e articolate analisi del mio collega e amico Lillo D’Agostino. Io volavo ad una quota molto più bassa rispetto a ragionamenti che richiamano in servizio concettualità economiche nobili e per molti versi ancora attuali – come è il caso del nesso tra lavoro e valore e del plusvalore – e che vanno, per questo, maneggiate con cura e con la consapevolezza della imponderabile e non misurabile fluttuazione di categorie come lavoro, lavoro di fabbrica e lavoro intellettuale, lavoro virtuale, sfruttamento e conflitto di genere e di razza, di cultura e di religione.
di Giuseppe Cacciatore

Non immaginavo che le mie ben modeste e limitate riflessioni sul rapporto tra l’espandersi del fenomeno dell’antipolitica (nell’Italia di Grillo, come nella Germania dei Pyraten, nella Spagna degli Indignados, come nella Grecia di Syriza fino all’Occupy Wall Street di New York) e il ritorno in grande stile della corruzione a livello nazionale come a livello locale, potesse suscitare le così dense e articolate analisi del mio collega e amico Lillo D’Agostino. Io volavo ad una quota molto più bassa rispetto a ragionamenti che richiamano in servizio concettualità economiche nobili e per molti versi ancora attuali – come è il caso del nesso tra lavoro e valore e del plusvalore – e che vanno, per questo, maneggiate con cura e con la consapevolezza della imponderabile e non misurabile fluttuazione di categorie come lavoro, lavoro di fabbrica e lavoro intellettuale, lavoro virtuale, sfruttamento e conflitto di genere e di razza, di cultura e di religione. Alla luce di questa cautela, che è a un tempo teorica e metodologica, non mi rassegno all’idea che la democrazia possa un giorno sparire. Se, come fa D’Agostino, facciamo della democrazia un momento tra i tanti (come il sistema nervoso o vari colori delle sue pelli) dell’esser uomo destinato a scomparire tra millenni, probabilmente a causa di una nuova era glaciale, allora la cosa non mi spaventa. Ma se della democrazia facciamo quel che i filosofi chiamano “Universale” (non quello astratto e metafisico ma quello che di volta in volta si universalizza e si oggettiva nella storia), allora non saprei proprio farne a meno e continuerei molto a raccomandarlo alla nostra specie perché, grazie ad essa, potrebbe evitare al massimo le conseguenze dei suoi errori e delle sue malefatte. Ma la dotta disquisizione di D’Agostino sul plusvalore e sul profitto non ha come obiettivo polemico la democrazia. Piuttosto essa si chiede se e quali effetti negativi abbia sulla politica non solo l’antipolitica come reazione alla corruzione e agli eccessi del potere dei partiti (che era poi il limitato oggetto del mio intervento), ma anche l’implicita carica di antipolitica che ha il prevalere ormai assoluto dell’economia (da quella tradizionale otto-novecentesca a quella virtuale e iperfinanziaria dell’ultimo scorcio del secolo passato e del primo decennio dell’attuale). Ma i nostri discorsi apparentemente divergenti – quanto ai contenuti e agli argomenti utilizzati – finiscono per arrivare alla stessa conclusione. Per D’Agostino la politica, proprio perché è luogo privilegiato della parola, è diventata esercizio continuato di menzogna teso a mantenere intatti i rapporti di forza nella gestione del potere. Per me resta luogo imprescindibile di mediazione e regolazione dei conflitti che ha ancora una forza fortemente simbolica di interdizione rispetto al montare di un’antipolitica che attacca proprio – in ciò trovando l’alleanza della corruzione e dei corruttori – quell’idea originaria della democrazia sociale che fu inserita in quello straordinario miracolo istituzionale che fu ed è la nostra costituzione democratica e repubblicana. Guarda caso, proprio ciò che la strana, ma non troppo, alleanza tra i padroni occulti delle borse e i politici corrotti tenta esplicitamente di attaccare e distruggere con perniciose proposte di riforma costituzionale. In realtà, alla fine io e D’Agostino siamo d’accordo. Egli dice alla fine una cosa che sottoscrivo: “ci sono stati e ci saranno cattivi politici, verso i quali ci si deve indignare per cacciarli. Allo stesso modo, ci sono state ‘buone’ democrazie e ‘cattive’ democrazie. Tocca sempre a noi saper distinguere e la nostra è una responsabilità personale. Nessuno potrà ritrarsi”. Vorrei alla fine invitare ad una interessante lettura di un libro di David Graeber (già autore qualche anno fa di Frammenti di una antropologia anarchica) intitolato appunto Critica della democrazia occidentale. In esso non solo si contesta il primato occidentale nell’invenzione della democrazia, ma si valorizza l’esempio di organizzazioni comunitarie non occidentali più rispettose del paradigma egualitario. Fanno parte perciò a buon diritto del modello democratico proprio i movimenti contemporanei di critica radicale dell’esistente e di costituzione di modalità di deliberazione (il midollo vero della democrazia) basate su nuove ed inedite forme di partecipazione e mobilitazione. Insomma non fa bene alla democrazia continuare ad identificarsi solo con lo Stato e i suoi meccanismi di controllo e gestione. Essa può ravvivarsi e porre un freno alla sua crisi e alla sua dissoluzione immettendo nelle sue vene esangui la nuova linfa dei movimenti di contestazione e radicale riforma degli assetti politici ed economici del pianeta.

Il precedente articolo del prof. Giuseppe Cacciatore (La corruzione politica dilaga, democrazia verso il naufragio ), che ha originato il dibattito, è stato messo in rete il 17 giugno scorso. A quell’articolo ha replicato il prof. Emilio D’Agostino con un intervento (Tocca noi distinguere la buona dalla cattiva politica) messo in rete lo scorso 23 giugno.

2 thoughts on ““E a D’Agostino dico: politica imprescindibile per regolare i conflitti”

  1. Concordo con le acutissime riflessioni del filosofo Cacciatore (la cultura autentica, per fortuna, non è acqua e si vede a un chilometro): i movimenti sono essenziali per rinnovare questa democrazia, anzi costituiscono il sale della svolta. Chi mette in discussione questo principio essenziale non ha coscienza democratica.
    Una domanda, se è lecito porla: perché non torna in politica, professor Cacciatore? Di uomini come lei ha bisogno il Mezzogiorno. Che ci fa più nell’Università italiana un intellettuale come lei? Quello è ormai un luogo di replicanti e di raccomandati semi-analfabeti.
    Lei invece, in politica, potrà dare una mano a tutti noi, aiutandoci ad uscire dalla cloaca nella quale siamo finiti.
    Grazie a lei e grazie a I Confronti.
    Giuliano

    1. Caro Datola,
      lei è fin troppo generoso nel commentare positivamente le mie riflessioni e sono comunque contento di aver suscitato il suo interesse. Quanto alla domanda sul perché io non torni alla politica, è presto detto. Ho lasciato la politica attiva all’inizio degli anni 90 (dopo 30 anni di militanza nella sinistra prima socialista e poi comunista) quando la mia prospettiva politica è uscita sconfitta dal trionfo dei partiti personali e dei partiti dei capi corrente. Mi sono tirato indietro e non ho dopo tanti anni intenzione di rientrare in gioco. Spazio ai giovani e alle facce nuove. E poi oggi ci vogliono forze ed energie che io non ho più (oltre a mezzi finanziari, clientele e capibastone). Ho però continuato a fare politica attraverso i libri e gli articoli di giornale e non ho messo a tacere la mia voce. E poi non sia così severo con l’università. C’è ancora qualcosa di buono, di serio e di onesto. Basta che ognuno faccia il suo dovere.
      Cordialmente
      Giuseppe Cacciatore

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