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E a Salerno Pasolini diventò un refuso

E a Salerno Pasolini diventò un refuso
di Luciana Libero
La giornalista Luciana Libero

La giornalista Luciana Libero

Se per Rostand il bacio è un apostrofo rosa tra le parole t’amo, per il Comune di Salerno Pasolini è un refuso. Pasolini chi, Pierpaolo o Pier Paolo? Sembra di echeggiare Benigni alla Rassegna Nuove Tendenze,  quando ciondolava su “Berlinguere o Berlinguer”. Oltre ai refusi, fioccano in città anche dilemmi shakespeariani: Pasolini o Gatto, questo il problema. Il poeta di Casarsa morto ammazzato per strada,  il grande cineasta,  lo scrittore civile; o il poeta dell’ermetismo, il fondatore con Pratolini, di ‘Campo di Marte’, nato per caso a Salerno? Solo una città ignorante può essere costretta ad un simile dilemma, una città di piccole combriccole formate da una decina di nomi (sempre gli stessi), dove il “refuso” è all’ordine del giorno. Il vero refuso infatti, su cui nessuno ha chiesto conto al Sindaco facente funzioni, è come mai una associazione culturale formata da un avvocato, sua moglie, il gruppo che ha gestito a suo tempo il Marte di Cava dei Tirreni (con scarsi risultati e molti problemi),  a pochi giorni dalla sua nascita, riesca ad ottenere  un contributo di tutto rispetto, per una mostra e una manciata di incontri ai quali partecipano i soliti noti. Questo è il vero refuso, la cultura degli amici e dei parenti, di coloro che pur avendo fallito su altri progetti, come nel caso del Ghirelli o del Marte, sono onnipresenti in tutte le iniziative, autonominandosi direttori culturali e scientifici, senza nemmeno preoccuparsi che un nome venga scritto correttamente. Si dirà che non è un errore grave e l’errore in sé non lo è; ma è grave che al momento di mettersi in posa per la solita passerella di rito, nessuno si sia accorto dell’errore. Possibile? Certo, se ci troviamo di fronte una cultura dell’improvvisazione dove conta mettersi in vetrina ed esibirsi quali “colti” notabili cittadini. Quello che irrita non è  soltanto l’errore sulla sala del Diana ma, come già accaduto per il Ghirelli, il fatto che si dedichi uno spazio cittadino a questo o a quel personaggio a prescindere dai programmi che si intendono attivare e dai risultati, come se bastasse ispirarsi ad un poeta o ad un noto giornalista, mettere il nome sull’insegna, per fare cultura. La stessa querelle su Pasolini o Gatto è il segno tipico di quanto poco manchi un sentimento diffuso di  una rigorosa organizzazione della cultura. Quello che conta non è il nome ma il buon nome di una politica culturale dove contano i fatti e gli spazi abbiano un serio pensiero sulla loro destinazione d’uso. E’ inutile dedicare un teatro a Leo de Berardinis, se dentro ci metti Sal Da Vinci o Gabriele Cirilli. Con tutto il rispetto per questi interpreti,  nulla hanno a che vedere con la storia di un maestro del teatro italiano. Così la questione di onorare un illustre concittadino qual è Gatto, al quale in altre città si dedicano  importanti convegni, non si risolve dedicandogli una sala, ma promuovendo un  istituto culturale di ricerca scientifica, con la conservazione di un archivio e la valorizzazione di materiali inediti, come è accaduto al Centro manoscritti di  Pavia.  I criteri sono invece quelli consueti: ispirazioni casuali, ambienti amici, scambi di favori, ambienti universitari  che entrano in organismi comunali senza nemmeno mettere a disposizione il loro teatro in quel di Fisciano (come è accaduto per la Fondazione Salerno Contemporanea), teatro da cui non è mai trapelata in questi anni alcuna notizia di rilievo; né percorsi di studio di qualche interesse, né uno straccio di crediti formativi per laboratori e rassegne teatrali; una didattica  autoreferenziale che non ha alcun rapporto con il territorio. Molte volte si è detto che l’impoverimento culturale della città sia dovuto anche alla delocalizzazione dell’Ateneo e infatti una manciata di chilometri è bastata per porsi a distanza siderale salvo però che non si tratti di nomine che contano, in tal caso si è molto “vicini”. Ma infine, perché intestare una sala a Pasolini se il cinema Diana a luci rosse sul lungomare trova posto nella memoria della città, quando a Salerno, prima che diventassero palazzi Benetton, esistevano i cinema? Forse,  invece di mettersi in posa sotto il refuso e di inaugurare sale con nomi sbagliati, bisognerebbe dire che ne sarà del Diana, perché l’Augusteo sia chiuso, perché  si continua a  regalare gli spazi senza che mai vengano attivate “call for ideas”.  Si chiamino i luoghi con il loro nome – senza sbagliarlo possibilmente – perché  come dicevano i latini, i nomi sono la conseguenza delle cose e non il contrario.

In copertina, un momento dell’inaugurazione del nuovo spazio teatrale

(da La Città del 28 febbraio)

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