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È imperdonabile l’indifferenza verso gli altri

È imperdonabile l’indifferenza verso gli altri
di Michele Santangelo

jesusPer certi versi, sembra che gli uomini siano sempre uguali, in tutte le epoche, a qualunque latitudine. E se evoluzione c’è stata, come sicuramente c’è stata, determinati atteggiamenti, sia che si tratti di vizi, sia che si tratti di virtù, sono sempre riscontrabili, ed è per questo che i messaggi che ci provengono dalle sacre scritture, anche se redatte qualche migliaio di anni fa, sono sempre di grande attualità: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”. In questa XXVI domenica del tempo ordinario, attraverso la prima lettura tratta dal libro del profeta Amos, entra in scena la ricchezza più sfacciata, ostentata, magari anche con una malcelata dose di disprezzo non tanto verso la povertà che appare mille miglia distante da quelli che “su letti di avorio e sdraiati sui loro divani, mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli… bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati…, l’orgia dei buontemponi”; tutto ciò è una zaffata quanto meno di indifferenza anche verso coloro che senza essere schiacciati dal bisogno estremo vivono nella normalità, guadagnandosi dignitosamente, ma con sacrificio, da vivere. Davanti agli occhi del profeta Amos c’era lo spettacolo delle alte classi di Samaria, la capitale del regno settentrionale di Israele. E le sue parole non dovevano essere delle sue invenzioni se, circa ventisei secoli dopo la sua veemente denuncia, gli archeologi, porteranno alla luce sull’acropoli di Samaria resti di case sontuose, frammenti di letti di avorio, documenti che attestavano l’importazione da regioni lontane di profumi preziosi, vini pregiati ed altre testimonianze di quell’orgia dei buontemponi, affamatori del popolo e provocatori di Dio, contro i quali si abbatte la denuncia del profeta: “cesserà l’orgia dei buontemponi”! Se ne incaricheranno gli Assiri, racconta la storia. Pochi anni dopo la denuncia del profeta la città di Samaria sarà rasa al suolo e i suoi ricchi saranno esiliati. Gesù, con il suo stile più pacato, più sereno, ma altrettanto incisivo e fermo, senza tentennamenti né edulcorazioni, riporta all’attualità, l’insegnamento del Vecchio Testamento, con una parabola che ci narra l’evangelista Luca, l’evangelista dei poveri e degli oppressi. È l’unica parabola di Gesù nella quale il protagonista, ha un nome proprio, Lazzaro, nome che, non sarà un caso, significa “Dio aiuta”. Un povero seduto davanti al palazzo di un visir che sta banchettando, diremmo oggi, a sbafo e siccome a quel tempo le posate non erano di moda, mangiava tutto con le mani e se le puliva con mollica di pane che poi veniva gettata ai cani e a quel poveretto accovacciato agli stipiti della porta che così cercava di alleviare i morsi della fame, mentre i cani gli leccavano le piaghe. L’evangelista Luca riduce il racconto della parabola a poche battute, quasi abbia premura di arrivare subito all’epilogo, un epilogo verso il quale tutti, poveri e ricchi ci muoviamo, la morte. Davanti ad essa tutte le differenze si annullano, cessano le fortune, ma anche gli inganni. Contro di essa neppure la ricchezza più sfrenata può fare da scudo. E al di là di essa, meno che mai. Anzi, là, nel regno di Dio, i rapporti di forza letteralmente si invertono: “Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo”. Anche il ricco morì, ma finì tra i tormenti e così si accorse anche del povero Lazzaro. Il salmo che ascoltiamo durante l’azione liturgica insegna che il Signore una sponda la offre a tutti. Egli è quello che rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati, libera i prigionieri, ridona la vista ai ciechi, rialza chi è caduto, sostiene l’orfano e la vedova. Ed anche il ricco reso insensibile dalla sua ricchezza non è abbandonato a se stesso. C’è la Parola di Dio e i suoi profeti che insegnano che la ricchezza può essere un’opportunità per fare il bene. Ciò che il Signore condanna non è la ricchezza come tale, ma l’indifferenza verso i bisogni dell’altro, l’essere sordo da parte di chi ha avuto tanto alla richiesta di aiuto da parte di chi non ha nulla.

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