Mer. Giu 26th, 2019

I Confronti

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Ecco come i tesori confiscati alla camorra finiscono in malora

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In Campania la gestione del patrimonio confiscato alla camorra è fallimentare. E non è che da altrove arrivino dati migliori. La Campania rappresenta la seconda regione italiana per numero di beni confiscati: 1821. Gli immobili sono 1503 e le aziende sono 318. La Campania detiene – e non sempre è un primato positivo – il 15,02% del patrimonio confiscato nazionale, ma non può né sa gestirlo. E risultano a questo punto tutti inutili gli interventi che le istituzioni tentano maldestramente di fare, a cominciare dalla tanto sbandierata legge regionale sull'utilizzo dei beni confiscati alla malavita. I consiglieri regionali della Campania e soprattutto Antonio Amato, presidente della Commissione Speciale bonifiche, ecomafie e beni confiscati del Consiglio regionale della Campania dovrebbero sapere che, pur essendo previsto dalla legge nazionale, il 95% dei comuni campani non si è ancora dotato di un elenco dei beni confiscati che ricadono sul proprio territorio.
Don Peppe Diana

Don Peppe Diana

di Silvia Siniscalchi

Don Peppe Diana
Don Peppe Diana

In Campania la gestione del patrimonio confiscato alla camorra è fallimentare. E non è che da altrove arrivino dati migliori. La Campania rappresenta la seconda regione italiana per numero di beni confiscati: 1821. Gli immobili sono 1503 e le aziende sono 318. La Campania detiene – e non sempre è un primato positivo – il 15,02% del patrimonio confiscato nazionale, ma non può né sa gestirlo. E risultano a questo punto tutti inutili gli interventi che le istituzioni tentano maldestramente di fare, a cominciare dalla tanto sbandierata legge regionale sull’utilizzo dei beni confiscati alla malavita. I consiglieri regionali della Campania e soprattutto Antonio Amato, presidente della Commissione Speciale bonifiche, ecomafie e beni confiscati del Consiglio regionale della Campania dovrebbero sapere che, pur essendo previsto dalla legge nazionale, il 95% dei comuni campani non si è ancora dotato di un elenco dei beni confiscati che ricadono sul proprio territorio. Anche gli altri organi sovracomunali sono privi di tale elenco, mentre l’Agenzia nazionale per i beni confiscati ha aperto una sede Territoriale campana a Castel Capuano a Napoli ma è in attesa ancora dell’inaugurazione ufficiale. In questi uffici manca il personale (nelle sedi di tutta Italia dell’Agenzia lavorano solo 30 unità). Tra i principali freni al riutilizzo dei beni confiscati resta quello della esiguità dei fondi a disposizione per la ristrutturazione e messa in funzione: la maggiore fonte di finanziamento risulta essere il PON sicurezza ma è talmente lunga e complessa che, nonostante parte dei fondi resti non spesa, tra valutazione e finanziamento del progetto continua ad essere necessario un lasso di tempo non inferiore ai 24/36 mesi. Molte le esperienze avviate sui beni confiscati, costrette poi a chiudere perché non più sostenibili da un punto di vista economico. Molti enti locali, inoltre, frappongono ostacoli, di diversa natura, al pieno riutilizzo dei beni confiscati, e purtroppo non mancano esempi in Campania di amministrazioni comunali che, anziché promuovere il riutilizzo, ostacolano le esperienze nate. Ad oggi, poi, il 90% delle aziende confiscate alla criminalità fallisce. Non mancano, naturalmente, atti di intimidazione e grandi difficoltà ambientali: i beni confiscati, spesso, sono posti in luoghi dove è ancora forte la presenza del clan cui il bene è stato sottratto, o addirittura, come a via Bologna a Casal di Principe, sono confiscati per metà, lasciando l’altra metà alla famiglia del boss. Inoltre, mancano efficaci controlli.
Si tratta di dati non esaltanti che sono stati portati alla luce – senza trovare grande accoglimento – durante lo svolgimento del V Festival dell’Impegno Civile, un ciclo di manifestazioni realizzate in Campania sui beni confiscati alla criminalità organizzata, promosso dal Comitato Don Peppe Diana e da Libera Caserta, sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica. Gli esperti di Libera e del Comitato Don Diana, hanno denunciato tutte le criticità del sistema campano: eccessivo lasso di tempo che intercorre tra la fase del sequestro, la confisca, la destinazione e gestione con grandi rischi di vandalizzazione dei beni, ipoteche che si scoprono sul beni sequestrati e confiscati, farraginosità e disomogeneità delle procedure giuridiche e amministrative, mancata collaborazione istituzionale (secondo gli organizzatori del festival ancora persistono in tante amministrazioni locali zone grigie e collusioni, ma anche impreparazione e scarsa attenzione ad investire impegno sui beni confiscati), mancato rispetto delle previsioni di legge. Tutto questo rende impensabile – contrariamente a quanto fanno in molti – che un sistema del genere possa far scattare nella cittadinanza un sentire comune verso questi beni: tra immobili e aziende, sono localizzati prevalentemente tra le province di Napoli (1007) e Caserta (522), segue Salerno con 256 beni, quindi Avellino (21) e Benevento (15).
Stando a questa fotografia, sembra davvero inutile l’organizzazione, sul territorio campano, delle tante iniziative sulla “valorizzazione dei beni confiscati alla camorra per creare sviluppo” e dei tanti “bla bla bla” sul “riscattare i territori oppressi dalle mafie partendo dai beni confiscati e seguendo un sistema economico basato sulla legalità, sulla giustizia sociale e sul mercato”. Tutto inutile. Sono davvero pochissime le esperienze capaci di trasformare concretamente inaccessibili luoghi di morte e violenza in piazze dove si costruiscono progetti.

2 thoughts on “Ecco come i tesori confiscati alla camorra finiscono in malora

  1. Quando le istituzioni non si impegnano nel restituire quanto è stato tolto alla società civile compiono un tradimento doloroso. é doloroso perchè uccide la speranza di vedere il cambiamento, annulla la forza delle azioni e delle parole. E le parole dopo un’eterna attesa rinunciano alla speranza

  2. Ecco uno dei motivi per cui la camorra, in tutte le sue accezioni, continua ad esistere sul nostro territorio. La logica mafiosa si insinua laddove le amministrazioni locali non hanno la capacità, ma dovrei dire anche la voglia, di gestire una risorsa, piccola o grande che sia. Il fallimento delle iniziative di recupero e valorizzazione dei beni confiscati è ben più grave dell’atto mafioso stesso. Dimostra al cittadino che l’alternativa alla Mafia non c’è, che quindi non solo sono inutili gli sforzi di magistratura e forze dell’ordine, per “riconquistare” disperatamente anche piccole porzioni di territorio, ma che il Sistema stesso ostacola l’iniziativa imprenditoriale, attraverso sabbie mobili burocratiche, indolenza, incompetenza, ottusità. Questo spreco di risorse non finalizzate, investite nelle azioni della forza pubblica, seppur legittime, non fa che uccidere l’idea imprenditoriale, il pensiero stesso di iniziativa e progettualità di cui è capace l’uomo.. e non è questa una definizione della parola Mafia? Io non ho origini campane ma calabresi.. ma capite bene che le immagini sono le stesse, il senso di impotenza è altrettanto forte e la mia non è indignazione, ma rabbia. Mi domando poi come mai, tra tutti i provvedimenti lampo promossi da questo Governo, per salvare il Paese dal default, io non abbia ancora sentito alcuna iniziativa in questo campo, non sarebbero anche quelli soldi utili al risanamento economico? Se è vero che tanti Ministeri inutili potrebbero essere chiusi oggi, perché non istituirne uno dedicato a questo tipo di attività, con regolamentazioni semplici, rapide e giuste? Se questo Governo “apolitico” di un Paese in crisi non lo fa.. chi lo farà? Trasformare un bene confiscato in un’attività imprenditoriale proficua e regolare è possibile, qualche caso esiste già, allora cercateli e datene notizia, subito! Ne avremmo tutti un estremo bisogno. Non focalizzate la nostra attenzione solo sugli esempi negativi, quelli già li conosciamo e ci conviviamo tutti i giorni. Ad ogni crisi deve seguire una rinascita e la rinascita scaturisce dalla consapevolezza di poter fare qualcosa di nuovo, qualcosa di meglio.

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