Ecco come venivano sversati in Campania i rifiuti del Nord

Il provvedimento di custodia cautelare in carcere eseguito dalla Dia di Napoli nei confronti di Francesco Bidognetti, capo storico dell’omonimo gruppo del clan dei Casalesi, accusato di disastro doloso e avvelenamento delle falde acquifere, ricostruisce anche le responsabilità di Cipriano Chianese, Gaetano Cerci e Giulio Facchi, ex subcommissario per l’emergenza rifiuti in Campania. Per loro tre il giudice ha ritenuto assenti le esigenze cautelari. Secondo il gip Chianese e Cerci sarebbero organizzatori della programmazione ed esecuzione criminale. Chianese fu arrestato il 4 gennaio 2006 su provvedimento restrittivo richiesto dalla Dda ed eseguito anche allora dagli agenti della Dia di Napoli per la gestione di quattro distinte discariche a Scafarea mai autorizzate per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi. Già in quel provvedimento era documentata la partecipazione di Chianese al clan dei Casalesi, “prova poi incrementata”, scrive la Dia di Napoli, attraverso altre fonti collaborative. Secondo la Dia di Napoli Chianese poteva contare “sulla disponibilità di uomini dello Stato, come il sub commissario di Governo Giulio Facchi, da cui aveva ottenuto autorizzazioni illecite e abnormi fondate su falsità ideologiche”. Chianese si trova ai domiciliari dal 2009 “per altri delitti estorsivi commessi in danno del commissario di Governo per l’emergenza rifiuti”.
Le inchieste raccontano di centinaia di migliaia di tonnellate di scarti altamente tossici finite nelle discariche a Nord di Napoli grazie a un’azienda dello storico boss del clan dei Casalesi, Francesco Bidognetti, attualmente detenuto in regime di carcere duro. Al boss è stato notificato un provvedimento per disastro ambientale e inquinamento delle falde acquifere: insieme ad altre persone costituì una società, la Ecologia 89, attraverso la quale gestiva illegalmente il traffico trans-regionale dei rifiuti tossici industriali. Circa 806mila le tonnellate che sono state sversate negli invasi del Giuglianese provocando persistenti contaminazioni e, soprattutto, l’inquinamento delle falde acquifere. Acqua che veniva utilizzata non solo per irrigare le colture del luogo ma anche per usi domestici e non solo dalle popolazioni locali. Danni enormi all’ambiente e alla salute, in una terra tristemente nota per i roghi tossici (dove si brucia all’aperto immondizia altamente inquinante). Disastri che probabilmente, non troveranno mai una soluzione. Il provvedimento nei confronti di Bidognetti conferma che il settore principale del clan di Casal di Principe era la gestione del ciclo integrato dei rifiuti, in particolare dello smaltimento di quelli speciali provenienti da altre regioni. Un giro d’affari, quello del traffico dei veleni, che convoglia nelle casse delle ecomafie circa 800 milioni di euro all’anno, come evidenzia il dossier “Rifiuti spa” di Legambiente.
Tutto inizia con una data, il 4 febbraio del 1991, e un nome, quello del camionista Mario Tamburrino: l’uomo si presenta alla clinica Pineta Grande di Castelvolturno dicendo di aver avuto un fortissimo abbassamento della vista dopo aver scaricato 158 bidoni di scorie altamente tossiche provenienti dalla “Ecomovil” di Cuneo nella discarica di Sant’Anastasia. Dopo 20 giorni gli investigatori scoprono però che il carico non è mai arrivato là ma è stato sotterrato in un campo tra Qualiano e Villaricca: Tamburrino diventerà cieco ma il suo racconto aprirà gli occhi agli inquirenti, che hanno la conferma di quello che la gente dice da anni e cioè che in Campania ci sono migliaia di discariche abusive di rifiuti tossici utilizzate dalla camorra almeno fin dalla metà degli anni ottanta. Sono decine le inchieste, e i pentiti, che hanno svelato la realtà campana, molto prima che arrivasse l’ennesimo provvedimento nei confronti di Francesco Bidognetti. Tra i primi a parlare Nunzio Perrella che, due anni dopo Tamburrino, dà il via alla prima inchiesta della procura di Napoli: fu lui a rivelare che la discarica di Pianura era gestita dalla camorra. L’inchiesta del pm Stefania Buda ha scoperto che almeno dal 1987 al 1994 sono finite là dentro centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti ospedalieri, fanghi speciali, polveri di amianto, residui di verniciatura, alimenti avariati o scaduti provenienti, tra l’altro, da aziende presenti in alcuni comuni del torinese (Chivasso, Robossomero, Orbassano), del milanese (San Giuliano Milanese, Opera, Cuzzago di Premosello, Riva di Parabbiago), del pavese (Parona) e del bolognese (Pianoro). A spiegare come funzionava il meccanismo è un pentito di grosso calibro, Carmine Schiavone, il cugino di Francesco “Sandokan” Schiavone, il capo dei Casalesi arrestato nel 1998. Cosa dice Schiavone? «La camorra ha riempito gli scavi realizzati per la costruzione della superstrada Nola-Villa Literno sostituendo il terriccio con tonnellate di rifiuti trasportati da tutta Italia». I clan, dice ancora, dopo aver sfruttato in regime di monopolio le attività estrattive di sabbia e materiali inerti nelle cave del casertano, le hanno in seguito convertite a discariche abusive: «L’area è piena di rifiuti che il clan sotterra nella cave, dopo avere preso accordi con trasportatori provenienti da tutta Italia. Li mette nelle cave e poi nelle vasche ittiche». «Schiavone – raccontò un investigatore – disse anche che anche gli scavi realizzati per il raddoppio della Roma-Napoli sono pieni di bidoni con sostanze nocive di tutti i tipi». L’inchiesta “Ecoboss” – che si basa tra l’altro proprio sulle dichiarazioni del cugino di Cicciotto ‘e Mezzanotte, Domenico Bidognetti – ha accertato che sono state smaltite abusivamente su terreni agricoli fanghi di depurazione provenienti in gran parte da aziende della Lombardia, per un quantitativo di oltre 8mila tonnellate. Dagli atti emerge che da dicembre 2002 a febbraio 2003 l’impianto “Rgf srl” ha “girato” in una cava del casertano circa 6mila tonnellate di rifiuti urbani provenienti dal consorzio “Milano Pulita”. L’indagine “Re Mida” ha invece accertato che dal novembre 2002 al maggio 2003 sarebbero arrivati in Campania dal centro nord 40mila tonnellate di rifiuti, tra cui oli minerali derivati dalla lavorazione di idrocarburi, Pcb (pliclorofenili), fanghi industriali. A svelare gli intrecci tra camorra e politica, invece, è stata l’operazione “Adelphi” del 1993: furono emesse 116 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di esponenti della malavita, amministratori e imprenditori.

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