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L’illusoria cresciuta del Pil e gli ultimi dimenticati

L’illusoria cresciuta del Pil e gli ultimi dimenticati
di Andrea Manzi
Faber cantore degli ultimi

Faber cantore degli ultimi

È il sintomo di una decadenza politica ormai inarrestabile l’enfasi con la quale si celebra il lieve aumento del Pil in Italia, cresciuto rispetto al 2000 dello 0,8 per cento contro un incremento del 24,4 dell’eurarea (escluso il nostro paese). Dà il segno, questa irresponsabile e interessata comunicazione politica, di una liturgia disperata che nega un blocco sociale catastrofico, conseguenza di una spesa previdenziale incontenibile e di una scuola e di una università che non garantiscono occupabilità e stentano nella loro offerta formativa. Elementi, questi, che hanno determinato una perdita anagrafica gravissima, stimata da Confindustria in 14 miliardi. Perdita di giovani, di capitale umano non ricostruibile, di vite mantenute nel limbo della indeterminatezza e perdute per sempre dal sistema produttivo, dal vissuto e dalla storia del nostro paese.

Le vicende che raccontiamo da tempo di ragazzi e ragazze che hanno dovuto ritrovare l’esistenza lontano dalla loro terra, conferma un disagio che ci riporta, per comparazione, ad anni lontani, quando il simbolo della crescita personale e del primo tentativo di autonomia dalla famiglia di origine era una valigia. “Libero, liberissimo, io potevo essere soltanto così, con la valigia in mano: oggi qua domani là”, scriveva Pirandello ne “Il fu Mattia Pascal”: dopo 113 anni sembra essere questa la condizione disastrosa imprescindibile, che costa non soltanto ai singoli ma anche al paese, privato per queste scelte dell’1 per cento del Pil.

Gli under 40 emigrati all’estero erano 21mila nel 2008, sono stati 51mila nel 2015. Rispetto a questa perdita, il lieve aumento del prodotto interno lordo, enfatizzato soprattutto dalla propaganda renziana e stimato nell’1,5 per cento dell’anno in corso e nell’1,3 del 2018, appare davvero poca cosa ed evidenzia una politica di scelte e di opportunità che non c’è stata, se è vero che tale trascurabile crescita è agganciata alla ripresa mondiale, all’interno della quale, osserva Confindustria, le esportazioni sono la componente più dinamica della domanda, in un contesto nel quale la gigantesca mole del debito pubblico rappresenta un’ulteriore minaccia e, se non sarà incanalato, gli investitori potrebbero perdere ulteriore fiducia e scappare a gambe levate. Ne consegue che non siamo un paese per i giovani: tra i 15 e i 24 anni, l’occupazione segnala un -15 per cento rispetto alla media europea, tra i 25 e i 29 anni siamo al -17. Situazione desolante che segnala, al netto dell’auto retorica di regime, l’assenza di un’autentica politica riformista, con il conseguente rifugio dei nostri giovani in una precarizzazione che è alla base della profonda malinconia sociale che ci avvolge.

Il filosofo Aldo Masullo, ricordando l’altro giorno, in un’intervista al Fatto quotidiano, i 150 anni dalla pubblicazione del Libro I del Capitale di Karl Marx, poneva l’accento sulla nostra attuale regressione civile ed economica, che starebbe alterando i caratteri fondativi della natura umana con la negazione di diritti inalienabili e irrinunciabili. Lo sguardo del filosofo si posava su una classe dirigente che ha perso ogni autorità, legata com’è a doppio filo a speculatori finanziari che erodono la nostra libertà e pospongono gli interessi della collettività a quelli lobbistici o di casta, in una trama di interessi che ha fatto scadere la politica a fatto privato o familiare, dove anche le ascese talvolta vengono predeterminate, in spregio alla volontà dei cittadini/elettori, con spudorata programmazione ragionieristica.

In un clima democraticamente così asfittico, sentir parlare di riforme appare a tutti quantomeno artificioso. Il riformismo fallisce sempre per il contrasto tra ordinarietà e straordinarietà: la prima richiede pazienza, progetto, sofferta costruzione; la seconda, dentro la quale siamo purtroppo insaccati, ha necessità di interventi concreti, spesso ripetitivi e anomali, che sono poi quelli che subiamo attraverso l’assistenza spacciata per scelta programmata. E non v’è dubbio che molta della violenza che alligna nell’anima del popolo e fuoriesce nel torbido fluire di devianze e delitti provenga proprio da un isolamento insopportabili, che è la faccia speculare del mancato ascolto da tutti subito. L’ultimo, cioè il debole e non protetto, non esiste più agli occhi del gruppo sociale privilegiato. Non ha voce né volto. Lo accoglie la tenebra della solitudine.

Ieri sera siamo stati con piacere tra gli ultimi, i ragazzi dell’Icatt di Eboli, un gruppo forte di sofferti percorsi e coraggiosi programmi di recupero. Abbiamo parlato con loro di un grande poeta della contemporaneità, Fabrizio De Andrè. Ebbene, il grande Faber nella canzone Laudate Hominem, ispirata proprio ai meno protetti della terra, preferì al salmo Laudate Dominum… la più laica litania Laudate Hominem. Non pensiamoci, cioè, figli di Dio, ma figli dell’uomo: per i credenti non cambia molto; per chi non crede, può essere la spinta a creare una rete forte di solidarietà dal basso, che è poi un presupposto della vera politica.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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