Lun. Ago 19th, 2019

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Scuole, niente soldi e la Provincia non garantisce la sicurezza

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L'ente provinciale di Napoli mette in liquidazione l’Asub: mancano nove milioni di euro

«Non siamo davanti ad una tragedia sfiorata, siamo davanti all’ennesima tragedia quotidiana che caratterizza oramai da troppo tempo lo stato degli edifici delle nostre scuole. In Italia le scuole sono troppo vecchie, quelle costruite prima del 1945 sono oltre 5 mila sulle 35 mila finora censite dal Ministero della Pubblica istruzione, l’edilizia scolastica non è una priorità dell’agenda politica». Lo afferma il Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza Vincenzo Spadafora commentando il crollo della scuola elementare a Cardito (Napoli) dove sono rimasti feriti due bambini. «L’anagrafe edilizia rimane incompleta e, pertanto, diventa difficile predisporre un piano di interventi strutturato a livello nazionale. Al Governo e al Parlamento, soprattutto in vista della nuova legislatura, chiediamo risorse. Investire sulla scuola vuol dire investire sui nostri ragazzi. Ben 26 mila edifici – la stragrande maggioranza – non rispondono ai criteri antisismici. A Cardito sono cresciuto – ha concluso il Garante – ed il mio pensiero va alle maestre, al Sindaco ed a tutta la comunità che da sempre fa fatica, tra mille difficoltà, a rendere bella l’infanzia dei propri bambini».
Ma da questo punto di vista non arrivano buone notizie perchè Provincia di Napoli, a cui spetta la manutenzione degli istituti superiori, ha deciso di mettere in liquidazione l’Asub, la società incaricata di provvedere alla manutenzione scolastica. Al conto mancano nove milioni di euro e ad agosto l’ente provinciale di Napoli ha stabilito di non ripianare l’ennesima perdita di tre milioni e seicentomila euro. Anche per questo si rivela sempre più difficile rimettere a posto gli istituti e i dirigenti della Provincia hanno chiesto ai presidi di recintare le aree a rischio. Ma tutto questo non è una novità: già a settembre del 2011, poco prima di andar via, l’amministratore unico della partecipata, Gerardo Strazzullo, aveva consegnato una relazione da brivido. Subito dopo era stato sostituito da Carlo Pandolfi, già consigliere di amministrazione e dal 2008 anche direttore generale. Una responsabilità per la quale incassava 95 mila euro all’anno. Ma nel giugno del 2012 l’incarico era andato al prefetto Biagio Giliberti che si è trovato a fronteggiare una situazione più che difficile.
Superminimi da sballo, rimborsi spese folli, straordinari a go-go. La relazione Strazzullo già nel 2011 non lasciava spazio a dubbi. In quell’anno i diciannove massimi dirigenti si erano concessi 75 mila euro all’anno di superminimi che andavano ad aggiungersi a quelli già stabiliti negli anni precedenti. 65 mila euro erano stati spesi come «indennità auto», 260 mila euro destinati alle consulenze e 237 mila euro investiti in 9500 ore di straordinario destinati nei primi 5 mesi di quell’anno ai 365 dipendenti. E non solo: non erano state attivate le procedure per recuperare 1 milione e 600 mila euro di credito d’imposta ed erano stati appaltati all’esterno perfino la stampa, la piegatura e l’imbustamento dei file elettronici, il noleggio di server web e l’assistenza ai computer.
La situazione, del resto, stava degenerando già da tempo. Nel 2004, infatti, l’azienda formata nel 1999 da Italia Lavoro e Provincia di Napoli, smise di usufruire degli sgravi fiscali e dei contributi legati alla assunzione degli Lsu. E nel 2006 l’amministrazione fu costretta a ripianare un buco di un milione e ottocentomila euro con l’immissione nel patrimonio dell’azienda di un bene immobile del valore superiore ai 3 milioni dove l’Asub, avrebbe dovuto trasferirsi risparmiando i 400 mila euro all’anno investiti nel fitto delle sue due sedi. Ma ristrutturare l’immobile si rivelò troppo costosa. E le perdite continuarono.
Perciò nel novembre del 201 l’allora assessore al Bilancio, Armando Cascio, lanciò un piano di tagli che avrebbe dovuto rimettere in pari i conti. A dicembre si stabilirono una serie di provvedimenti che miravano a far sopravvivere la partecipata: scure sui superminimi, rivisitazione del premio di produzione, dimezzamento delle ore di straordinario, riduzione dell’80% della spesa per le esternalizzazioni, ridistribuzione dell’organico. Ma così non fu anche perché i dirigenti conservarono intatte le loro entrate. Nel giugno del 2012 arrivò il prefetto Giliberti. A luglio cominciarono le proteste dei dipendenti: le nuove commesse stentavano a decollare. I lavori non venivano completati in tempo e non erano eseguiti come previsto per cui i funzionari della Provincia si rifiutavano di accettarli come conclusi. Cominciarono a piovere le penalità finché ad agosto fu decisa la liquidazione della società. Il nuovo assessore al bilancio, Francesco Serao, varò un piano che prevedeva l’accorpamento dell’Asub con la Sis in una nuova azienda e il via alle casse integrazione. Il progetto incontrò la resistenza del sindacato. Ma non solo: dopo una serie di rinvii da parte della giunta e del Consiglio l’assessore si dimise. Ma su questo difficile argomento, non si è detto ancora abbastanza: la Procura di Napoli punta a fare chiarezza sulla gestione di 43 milioni e cinquecentomila euro, soldi al centro di un contratto con una società partecipata e destinati a garantire sicurezza agli alunni napoletani. Tutto è iniziato da una crepa in un muro, da qualche parete sbriciolata che ferisce (per fortuna in modo superficiale) un paio di alunni, fino ad arrivare a uno scenario investigativo decisamente di ampio respiro. Già, perché da qualche tempo la Procura di Giovanni Colangelo ha deciso di accendere i riflettori sulla gestione dei soldi investiti dalla Provincia nella manutenzione delle scuole pubbliche, su cosa è stato fatto e su cosa è mancato nell’agenda di piazza Matteotti.

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