Effetto Domino

Effetto Domino

Effetto Domino

di Romolo Bugaro

Einaudi, pp. 231

 

di Giuseppe Amoroso

bugaroInvecchiato, svigorito nel gigantesco corpo, il sessantottenne operatore edile Colombo sembra ora “azionato da un motore troppo piccolo, insufficiente a fargli affrontare scale e scalette, pendenze e dislivelli”. Ma proprio l’aria stanca che da tempo lo copre, è stata la sua fortuna di mediatore immobiliare, dal momento che la gente ha incominciato a fidarsi di lui, “sulla base dell’equazione vecchiaia uguale saggezza”. Spinto dall’abitudine di “muovere le cose”, il protagonista di Effetto Domino (Einaudi, pp. 231), nuovo romanzo di Romolo Bugaro, si mette in proprio, propone terreni a ditte “in cerca di rilancio” e finisce per imbattersi nel “grande trauma”. Esiste un fronte duro, di resistenza in ogni progetto: lì l’autore vuole far arrivare il suo personaggio, per scardinare l’ultima difesa della conoscenza del concreto e cercare l’avventura che anima e stordisce lo sguardo, illumina e opacizza la volontà di agire, crea vittorie e scava irrimediabili cadute. Questo libro sgretola la realtà non per raccontarne momenti eccezionali o assurdi, ma per renderla ancor più avvicinabile (e quindi riscoprire il vero volto della verità), al di là della successione meccanica  degli eventi. Il rifiuto (o l’eclissi) delle emozioni immediate, della meraviglia o pure  di una partecipazione alla sommessa musica di certi sentimenti, è  compensato dalla sostituzione del fantastico (o dell’ “ennesimo disincontro” della vita di Colombo) con una messa a punto dei frammenti giornalieri nei quali si gioca la “partita della vita”.

Una partecipata raccolta di fotografie del reale amplifica paradossalmente ogni descrizione millimetrica attraverso lo sfruttamento di grandi, ben ordinate risorse linguistiche che, nella cristallina fermezza della pagina, si verticalizzano fino a trovare in alcune ardite similitudini uno slancio di visionarietà: il palazzo della Ragione, “ripreso dall’alto, sembra una grossa testuggine addormentata nel centro della città”; il sorriso di una ragazza richiama “un distillato altamente volatile di allegria e stanchezza e indecisione a altro ancora”. Un micromondo di imprenditori, affaristi manager rampanti, “amici che rimbalzano da un posto all’altro senza fermarsi mai”, banchieri, operai (le cui figure in un cantiere sono “particelle viventi con caschi gialli”), e scuotimenti di immagini, provenienti dagli scaffali di una ricca letteratura fantastica, che può  presentare  persone “circondate da un riverbero indefinibile”.

Il cantiere, messo in atto dalla ditta di Franco Rampazzo (cui il protagonista ha indicato l’area), per la costruzione di una cittadina di prestigio nella provincia veneta “parte come una colossale operazione di guerra”, un “circo” che pare realizzare il grande sogno di Colombo, ma che si infrange contro il rifiuto di finanziamento da parte di una banca, provocato da un serie di ostacoli sorti dalla manifestazione “solita” di un gruppo di ambientalisti. E così l’orizzonte si capovolge, il paesaggio umano, prima scorrente e quasi invisibile, si anima di volti che mostrano “assenza di attrito”, circonfusi e protetti da aloni di sicurezza, fluidità e armonia. La serena indifferenza che avvolge l’esterno è il primo segnale di una drammatica caduta che travolge i due soci, mentre le “ sagome distanti degli alberi” si rivelano “incise sulla pellicola luminescente della notte”. Ora una nebulosa malinconica avvolge altri personaggi chini sui loro problemi e sul “tentativo di resistere”. Fuori, il “respiro della città (…) familiare e riposante”, e la notte “fredda, trasparente e difficile da affrontare”.

Uno sconfinamento negli aspri gangli dell’esistenza e, insieme, un feroce attaccamento alla speranza generano l’oscillazione della pagina e qualche scossa nella grammatica del racconto: ne consegue un senso di pericolo, un deragliamento che la parola nell’unico modo che le è concesso cerca di risolvere: si gonfia e si adira, ripiega, flessibile, verso il primo rifugio di pausa, modula le azioni, le subisce, tenta di scardinarne gli impulsi ostili, di riscattare tutto – come si è visto – con una sorpresa creativa, con la musicale dolcezza del ricordi o con il recupero di una cellula di bellezza perduta del mondo. Grava sulle scene un’aria di provvisorietà, come se le situazioni potessero d’incanto modificarsi, svanire nel nulla, riproporsi a distanza con nuovi protagonisti, altri inganni. E le parole, intanto, continuano ad accorrere, dileguarsi, essere canto e silenzio. Avere una “sostanza incomprensibile” e, nello stesso tempo, riuscire a rappresentare l’“immensa quantità di fatti e persone e trasformazioni” entrate in una vita. Libro in cui gli affari più spericolati possono incontrare un soffio di  poesia, Effetto Domino scova anche nel vuoto e nell’immobilità di una strada quelle “forme silenziose” che “combattono, ogni ora, ogni minuto, per imporsi”. E i due protagonisti? Restano soffocati dal passato. Per Rampazzo, “un’infinità di spazi vuoti”; per Colombo, “una torre circondata dal niente”.

 

redazioneIconfronti

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