Elezioni 19 / La tangente? Lecita per l’etica berlusconiana

Elezioni 19 / La tangente? Lecita per l’etica berlusconiana

Silvio Berlusconi ospite alla trasmisione porta a porta“Quando grandi gruppi come Eni, Enel o Finmeccanica – ha detto Berlusconi ad Agorà su Raitre – trattano con Paesi che non sono complete e perfette democrazie ci sono delle condizioni che bisogna accettare per vendere i propri prodotti. Tangenti? Sono commissioni chieste in quei Paesi, le democrazie come la nostra queste cose non le fanno”.

(Andrea Manzi) Pubblichiamo questo pensiero del leader di Centrodestra, senza alcun commento specifico, e lo collochiamo proprio nell’area del blog nella quale, da alcuni giorni, uomini di cultura e lettori, in grande libertà, si confrontano sull’assenza di ogni riferimento, da parte dei candidati al Parlamento e delle forze politiche di riferimento, ai temi della cultura, della formazione e della produzione del sapere, che altre democrazie europee hanno scelto, invece, come elementi sui quali innestare la ripresa economica.
La difesa “di mercato” della tangente, come insopprimibile condizione contrattuale, ci dimostra – al di là del suo aberrante assunto – quanto siano lontane dalla riflessione di alcuni protagonisti della politica i temi relativi al “sapere”, che pure ormai ha assunto, nell’ora del declinante capitalismo, lo stesso valore che nella società fordista aveva il conflitto tra capitale e lavoro. No, per costoro la modernità del mercato mondiale e le opportunità che esso offre attraverso alleanze trans-nazionali tra meriti e bisogni non sono ancora nate. Al di là di generiche affermazioni di principio su un sistema liberale a parole molto praticato, si continua a ragionare nella logica del blocco sociale, delle rassicuranti commesse pubbliche e ora finanche del costo della corruzione da considerare come un male necessario per non disattivare la competitività interna e internazionale del paese. Un male – ci sia consentito di ricordarlo – stimato nella ragguardevole cifra di 60 miliardi all’anno.
È francamente intollerabile che, secondo i parametri di qualcuno, schierarsi dalla parte della legalità equivalga a calcare un terreno moralistico ed economicamente improduttivo. Ma non c’è da stupirsi più di tanto: questo è il linguaggio sincero (a Berlusconi va riconosciuta stavolta l’autenticità e la franchezza) dei signori dell’inefficienza economica, dell’economia a debito e del blocco sociale, oltre che della deriva immoralistica della gestione pubblica: un mondo lontanissimo da quella coscienza nazionale nemmeno più avvertita come limite invalicabile del confronto (etico)politico. Probabilmente, tale impudenza deriva dal fatto che la coscienza nazionale è ormai quasi esclusivamente patrimonio degli “ultimi”, i quali però non hanno alcuna voce.

redazioneIconfronti

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