Dom. Lug 21st, 2019

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Elezioni a New York: Romney all’improbabile caccia dei voti ebraici

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Fino a metà degli anni cinquanta del secolo scorso ogni candidato a sindaco di New York per assicurarsi I voti delle minoranze elettorali più numerose doveva inserire nella sua campagna elettorale almeno tre viaggi oltreoceano. I viaggi delle tre I (Italia, Irlanda ed Israele). Ormai, totalmente assimilati gli Italiani e gli Irlandesi nel grande melting pot della Grande Mela, il candidato a sindaco di New York non può risparmiarsi nel corso della sua campagna elettorale un viaggio in Israele. Il sindaco di New York non si occupa di politica estera ma certamente amministra la città con la maggior presenza di ebrei nel mondo. La città più ricca d’America è anche la città che elargisce I maggiori contributi ai due partiti (Democratico e Repubblicano) di tutte le altre città americane. E poi New York rimane la città della grande finanza, da Wall Street fluttua la ricchezza del mondo. E siccome elezioni, politica e danaro per i finanziamenti elettorali vanno in sintonia nella lunga campagna elettorale americana, assicurarsi l’appoggio dell’elettorato ebraico statunitense, che ha molto a cuore le sorti dello Stato di Israele, significa recarsi in Israele a rassicurare I fedeli alleati degli Stati Uniti che il neo sindaco o nel nostro caso specifico il neo presidente Usa non muterà affatto la politica di sostegno e collaborazione con lo stato ebraico. Il candidato Mitt Romney ha seguito alla lettera il copione, recandosi a Gerusalemme ad incontrare I leaders religiosi ebraici per rassicurarli che lo Stato di Israele non sarà lasciato solo nel caso di attacco militare o addirittura nucleare da parte dell’Iran degli Ayatollah. Fin qui il copione è stato recitato alla perfezione anche in sintonia con la continuità della politica estera americana. Quando poi Romney si è lasciato andare ad alcune dichiarazione di natura culturale-genetico, circa la superiorità della cultura ebraica capace di creare ricchezza e trasformare un Paese povero in un Paese prospero a differenza dei coinquilini Palestinesi, si è poi innescata una polemica che certamente peserà sul rendiconto elettorale del candidato repubblicano. Di fatto Romney ha probabilmente dimenticato che Israele vive in uno stato di perenne assedio (300 milioni di arabi distribuiti ai propri confini, il terrorismo qadeista in ricompattazione, ma soprattutto, per ora, le continue minacce di annichilimento di Israele da parte dell’Iran) e dunque celebra un Paese ed una cultura che, malgrado il continuo riarmo ha fatto della pacifica collaborazione coi vicini palestinesi un ‘asse portante della sua esistenza, non di certo beneficerebbe quanti Israeliani ed ebrei americani si adoperano ogni giorno per una pacifica convivenza e per un mutuo rispetto culturale.

di Vincenzo Pascale (da N.Y.)

Fino a metà degli anni cinquanta del secolo scorso ogni candidato a sindaco di New York per assicurarsi I voti delle minoranze elettorali più numerose doveva inserire nella sua campagna elettorale almeno tre viaggi oltreoceano. I viaggi delle tre I (Italia, Irlanda ed Israele). Ormai, totalmente assimilati gli Italiani e gli Irlandesi nel grande melting pot della Grande Mela, il candidato a sindaco di New York non può risparmiarsi nel corso della sua campagna elettorale un viaggio in Israele. Il sindaco di New York non si occupa di politica estera ma certamente amministra la città con la maggior presenza di ebrei nel mondo. La città più ricca d’America è anche la città che elargisce I maggiori contributi ai due partiti (Democratico e Repubblicano) di tutte le altre città americane. E poi New York rimane la città della grande finanza, da Wall Street fluttua la ricchezza del mondo. E siccome elezioni, politica e danaro per i finanziamenti elettorali vanno in sintonia nella lunga campagna elettorale americana, assicurarsi l’appoggio dell’elettorato ebraico statunitense, che ha molto a cuore le sorti dello Stato di Israele, significa recarsi in Israele a rassicurare I fedeli alleati degli Stati Uniti che il neo sindaco o nel nostro caso specifico il neo presidente Usa non muterà affatto la politica di sostegno e collaborazione con lo stato ebraico. Il candidato Mitt Romney ha seguito alla lettera il copione, recandosi a Gerusalemme ad incontrare I leaders religiosi ebraici per rassicurarli che lo Stato di Israele non sarà lasciato solo nel caso di attacco militare o addirittura nucleare da parte dell’Iran degli Ayatollah. Fin qui il copione è stato recitato alla perfezione anche in sintonia con la continuità della politica estera americana. Quando poi Romney si è lasciato andare ad alcune dichiarazione di natura culturale-genetico, circa la superiorità della cultura ebraica capace di creare ricchezza e trasformare un Paese povero in un Paese prospero a differenza dei coinquilini Palestinesi, si è poi innescata una polemica che certamente peserà sul rendiconto elettorale del candidato repubblicano. Di fatto Romney ha probabilmente dimenticato che Israele vive in uno stato di perenne assedio (300 milioni di arabi distribuiti ai propri confini, il terrorismo qadeista in ricompattazione, ma soprattutto, per ora, le continue minacce di annichilimento di Israele da parte dell’Iran) e dunque celebra un Paese ed una cultura che, malgrado il continuo riarmo ha fatto della pacifica collaborazione coi vicini palestinesi un ‘asse portante della sua esistenza, non di certo beneficerebbe quanti Israeliani ed ebrei americani si adoperano ogni giorno per una pacifica convivenza e per un mutuo rispetto culturale.

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