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Elezioni, democrazia recitativa e informazione complice

Elezioni, democrazia recitativa e informazione complice
di Andrea Manzi

Stefano Rodotà, il grande italiano e combattente dei diritti che se n’è andato a giugno scorso lasciando il paese più povero e confuso, in un suo recente libricino divulgativo dedicato al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso, aveva posto l’accento sul rapporto controverso e ambiguo che esiste tra l’uomo e le masse. Un rapporto temuto dal grande giurista che, al fine di decifrarne le dinamiche, aveva tirato in ballo un libro dello storico Emilio Gentile (“Il capo e la folla”), che rilanciava un tema già accarezzato alla fine del XIX secolo da Gustave Le Bon e incentrato sulla psicologia delle folle. Rodotà riteneva che, in ogni campagna elettorale, esista e si palesi una “democrazia recitativa”. Un assetto di potere, cioè, incline a manifestarsi in rappresentazioni insincere, talvolta ardite, disinvolte e poco significative rispetto alla realtà, soprattutto grazie alla complicità dei mezzi di comunicazione, dalla televisione fino alla rete.

Sono riflessioni che inducono gli organi di informazioni, nessuno escluso, a un surplus di responsabilità, soprattutto in un periodo in cui appaiono sfuggenti gli ordinamenti tra valori e la morale politica si manifesta in versioni prevalentemente relativistiche. Ne abbiamo contezza in questi giorni in cui si raccontano le battute iniziali di una campagna elettorale viziata da una legge che sta per dar vita a nuovo Parlamento di indecorosi nominati (figli, amici fidati, qualche volto noto: figure minuscole e impolitiche). Assistiamo a contese aspre, promesse iperboliche, goffi rodei nei quali la prova di abilità è di circoscrivere i poveri e disorientati elettori in un perimetro inoffensivo e controllabile.

L’informazione corretta dovrebbe supplire a questa carenza comunicativa, rafforzare il diritto a un voto consapevole. Ma, al netto di qualche eccezione, non riesce a trovare il bandolo di discorsi compiuti ai quali legare la capacità di sintesi e racconto. Si registra, così, il pericoloso abbassamento di una soglia di garanzia, che di fatto sequestra ai cittadini il diritto di apprendere o di sapere.

Stefano Rodotà

Stefano Rodotà

È proprio in questo tempo povero e aspro che ci si interroga sulla prospettiva che i giornali potranno avere, anche in rapporto a mezzi di comunicazione più rapidi e superficiali. L’occasione di questa grande interrogazione pubblica, che riguarda i protagonisti mondiali dell’informazione, è stata offerta recentemente dai primi 150 anni della Stampa di Torino. L’obiettivo? Definire un prodotto che la gente finalmente abbia voglia di comprare, facendolo con la stessa dedizione “hegeliana” (considerando il giornale come “la preghiera del mattino”) e generosa disponibilità di un tempo. Dar vita, cioè, a un giornalismo degno della fiducia di lettori nuovi e consolidati, in grado di fare comunità, animando movimenti di opinione e contrapposizione dialettica, allestendo, allo stesso tempo, una “casa” per quanti vivono sulla frontiera inospitale del disagio e della integrazione negata. Condizione, questa, che non riguarda soltanto i migranti, ma tutti i soggetti coinvolti nella nostra imperfetta democrazia. In una parola, ciascuno di noi.

Appare pertanto giusto che editori degni di questo nome e giornalisti colti e consapevoli si pongano finalmente il problema della qualità delle notizie e dei commenti rilasciati in circolo; ma la questione non riguarda soltanto l’informazione, perché da soli gli addetti ai lavori non potranno vincere la sfida della modernità. Il pubblico dei lettori crescerà se tutte le agenzie sociali compiranno uno sforzo di auto-promozione e diffusione di informazioni costruttive, indispensabili per la crescita di un’autentica opinione pubblica.

Allo stato si tratta di un obiettivo ancora lontano. In questa campagna elettorale, che si concluderà con il voto del 4 marzo, si vede in giro ancora tanta razza padrona in cerca di affannoso consenso, si manifesta già da queste prime battute la meridionale disponibilità a soggiacere e soccombere, si impone lo spagnolesco ossequio del potente di turno. Sono, queste, le precondizioni invisibili di una pericolosa post-verità di cui ha scritto recentemente Adriana Cavarero e dei temibili regimi post-moderni, segnati da una partecipazione “recitativa”, proprio come temeva Stefano Rodotà, angosciato dal divario sempre più ampio tra democrazia reale e possibile. Colmare questo gap dipende dall’autenticità e sincerità della nostra libertà di voto.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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