Emigrazioni vecchie e nuove

Emigrazioni vecchie e nuove
di Giuseppe Foscari *
Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari

Nel suo Testamento Forense, opera pubblicata nel 1806, l’illuminista Giuseppe Maria Galanti, storico, economista e grande intellettuale “napoletano” (in realtà era nato nel 1743 nell’odierna Santa Croce del Sannio, ma era napoletano per formazione culturale), tracciava un profilo dell’emigrazione che alla fine del Settecento riguardava i miseri lavoratori abruzzesi verso la campagna romana. Le cause di quel processo gli apparivano ben chiare: assenza di lavoro nelle proprie terre, anche per la presenza di molte aree paludose, povertà dei contadini e dei massari, forte riscossione delle imposte a fronte di esigue disponibilità finanziarie ed economiche, opportunità di lavoro nelle campagne romane dove era richiesta abbondante manodopera per bonificare quelle aree.

Sin qui un quadro tutto sommato noto.

Solo che già in quel difficile contesto storico emergevano altre patologie divenute poi un punctum dolens degli attuali drammatici processi legati all’emigrazione-immigrazione di uomini, donne e bambini su scala internazionale: la presenza di “caporali” che gestivano gli appalti nelle campagne romane e assoldavano i lavoratori meridionali con metodi certo poco raccomandabili e che lo stesso Galanti considerava «i primi, veri incettatori di uomini»; i bassi salari che venivano riconosciuti a questi braccianti, che riuscivano a inviare alle famiglie il 50% di quanto riuscivano a racimolare; la consapevolezza che quel lavoro aumentava la ricchezza dello Stato romano ma, di certo, non arricchiva il Mezzogiorno.

Quest’analisi di Galanti ci appare in tutta la sua struggente “modernità”, nel senso che il più generale governo dei processi di emigrazione-immigrazione in oltre duecento e passa anni non ha conosciuto alcun miglioramento di sorta. Anzi, la situazione è diventata ancora più drammatica.

La cosa grave rispetto al Settecento, in cui comunque venivano già denunciate queste gravissime irregolarità, è che sembra quasi che due secoli di ulteriori battaglie per il riconoscimento dei diritti umani, di lotte sindacali, di carte del lavoro, di dichiarazioni universali dei diritti degli uomini e delle donne, siano diventati solo materiali per noi storici e siano passati invano. Difatti, la responsabilità del presente rispetto al passato sta proprio nella consapevolezza di queste patologie del sistema economico mondiale. Cosa che ci rende, evidentemente, più responsabili di quanto non lo fossero i nostri predecessori, perché se sai e hai contezza del problema non puoi non risolverlo.

Ne derivano tutte le lacune della politica negli Stati-nazione, sempre più proiettati a difesa dell’orticello patrio, sull’onda di un pressing spietato portato avanti da quanti si ostinano a chiudere gli occhi rispetto ai pazzeschi scenari dell’immigrazione in nome della difesa del proprio Stato e di uno sciovinismo nazionalista che esclude ogni forma di solidarietà e di rispetto per i bisogni del prossimo. L’ultimo, eclatante caso riguarda la Svezia e la sua decisione di rimandare indietro circa 80.000 profughi, provenienti dagli scenari di guerra mediorientali e non solo da lì, disattendendo, di fatto, il trattato di Schengen, e aprendo una nuova falla nel tortuoso percorso per costruire l’Europa dei popoli rispetto a quella economica, cinica e menefreghista.

Ma questo dimostra, una volta di più, che il processo va gestito in collaborazione con tutti i paesi del Vecchio Continente, in una rete sinergica di decisioni politiche e di corresponsabilità, di amalgama culturale e morale, di coesione emozionale.

Non smetterò mai di immaginare un’Europa del genere…

 

* docente di storia dell’Europa presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno

Andrea Manzi

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