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Emozioni in viaggio, verso l’Etna fumante

Emozioni in viaggio, verso l’Etna fumante
Riportiamo un breve resoconto di viaggio di S. Siniscalchi che, in occasione del 56° convegno nazionale dell’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia, ha avuto la possibilità di salire verso i crateri dell’Etna, assistendo dal vivo allo straordinario spettacolo della loro eruzione
di Silvia Siniscalchi
Betulle

Le betulle dell’Etna e i pini che ne stanno prendendo il posto

Forse è davvero in Sicilia che si trova la chiave di tutto, come scriveva J.W. von Goethe nel suo “Viaggio in Italia”. E che in quest’isola si intreccino indissolubilmente potenza generatrice e violenza distruttiva non lo raccontano solo la sue vicende storiche, antiche e recenti, ma la palingenesi di una natura rigogliosa e terribile, tra i flutti di Scilla e Cariddi e le esplosioni vulcaniche. E certo di tale contraddizione profonda l’Etna, il vulcano più grande d’Europa, è la sintesi meravigliosa e terrificante. Nascita e morte si abbracciano nel visibile contrasto tra la ricca vegetazione dei suoi versanti e il nero delle sue cime spoglie, ma oggi “la montagna” − come i siciliani lo chiamano (analogamente ai napoletani con il Vesuvio) per sottolinearne la forza primigenia − ha voluto fare di più. Dalle 04:00 del mattino circa, annunciata da una serie di piccole e numerose scosse sismiche, ha dato prova di sé in una giornata divenuta a poco a poco indimenticabile e straordinaria per un gruppo di geografi diretti verso le sue bocche annerite.
Sapevamo trattarsi di uno dei vulcani più attivi del mondo, ma non potevamo sperare che avesse deciso di ricordarcelo dal vivo proprio oggi. E la nostra guida, un geologo siciliano, dopo averci rassicurati sulla possibilità di raggiungere comunque la meta, ha dovuto confessare la propria emozione al cospetto di uno spettacolo a cui non aveva ancora avuto il privilegio di assistere. La circostanza ci ha reso tutti più euforici e impazienti di arrivare al vulcano, entrando nel suo parco regionale (le cui quote più elevate dallo scorso 26 giugno sono patrimonio dell’Unesco), mentre viaggiavamo in pullman, risalendo da Siracusa verso nord ovest  la costa orientale della Sicilia. Dopo essere giunti all’altezza di Catania e avere deviato verso Mascalucia e Nicolosi, due imponenti bocche fumanti si sono a poco a poco profilate all’orizzonte, in corrispondenza del cratere sommitale di Nord-Est (esistente dal 1911 e, con i suoi 3330 m, il più alto dell’Etna) e di quello di Sud-Est (nato nel 1971 e oggi il più attivo). Degli altri due (la Voragine e la Bocca Nuova, formatisi nel 1945 e nel 1968), non visibili, abbiamo solo potuto sentire parlare, mentre, entrando in una fitta macchia boschiva, ci siamo lasciati alle spalle uomini e abitazioni (fino a circa 600 m l’area è infatti intensamente antropizzata), avvicinandoci al rombo e ai boati, via via più nitidi e terrificanti, del vulcano in eruzione. Ci è così sembrato incredibile apprendere dalla guida che persino in questi luoghi intatti alcune famiglie che vi trascorrono il tempo libero abbiano l’abitudine di abbandonare i rifiuti sui cigli delle strade, fino a quando le volpi e altri animali non ne smembrano i resti, con tutte le conseguenze negative che ne derivano.
Il borbottio dell’Etna intanto non si è fermato, divenendo chiaro e inquietante quando, a circa 1667 m di quota, abbiamo raggiunto i Monti Sartorius, avventurandoci poi a piedi su sentieri anneriti, disegnati, a tratti, dalle acque dilavanti delle piogge, nel contrastante biancore di indomite, resistenti betulle, avvitate e adattate alla montagna da migliaia di anni e ora destinate a cedere il passo ai pini che, lentamente e inesorabilmente, ne stanno prendendo il posto. L’ente Parco lascia fare, ci ha detto la guida, perché non vuole interferire con il processo naturale di trasformazione ed evoluzione dell’ambiente, anche se questo significherà perdere le tracce di una specie arborea risalente all’ultima glaciazione Würm, ossia al periodo precedente i mutamenti che hanno mitigato il clima delle aree mediterranee circa 9.000 anni fa.
Con il nero della terra lavica attaccato alle scarpe e l’aria frizzante che ci penetrava le narici, abbiamo seguito la nostra guida. Il sole, caldissimo, ci accarezzava e rassicurava, quasi a mitigare il minaccioso borbottio della montagna che sembrava volerci avvertire tutti di non abusare della sua pazienza. La guida si è fermata, spiegandoci la dinamica delle eruzioni degli ultimi centocinquant’anni, con la formazione dei coni “a bottone” spiegati davanti a noi. Ci siamo arrischiati ad arrampicarci su uno di questi ultimi, ma la coltre piroclastica, frantumata e resa polvere dalle centinaia di scarpe che dovevano già averla calpestata durante i mesi scorsi, scivolava sotto le suole con estrema facilità, facendo perdere l’equilibrio a molti, con il rischio di cadute rovinose.

Salita

L’arrampicata verso uno dei coni “a bottone” dell’Etna

Però non ci siamo arresi e ce l’abbiamo fatta, riuscendo quasi tutti a raggiungere la cima. Lo spettacolo è stato mozzafiato, in tutti i sensi (siamo infatti rimasti davvero senza più respiro …): un paesaggio cinereo ci ha avvolti, mentre osservavamo quanto rimaneva di una delle bocche eruttive del 1865 e i pochi, spogli pini orrendamente piegati negli anni dalla forza del vento. Ma le fronde rigogliose delle betulle,  più in basso, ci ricordavano che il vulcano non era capace solo di distruggere…
Eppure avevamo sempre creduto che l’Etna non fosse pericoloso come il Vesuvio, che le sue eruzioni,  caratterizzate dall’emissione di colate laviche, non fossero letali. Sbagliavamo. La guida ci ha spiegato che il vulcano nella sua storia ha dato luogo a manifestazioni fortemente esplosive (come quella pliniana del 122 A.C.) e che, dalla fine degli anni ’70 dello scorso secolo, ha avuto un forte incremento di episodi eruttivi distruttivi, con alte colonne di gas e cenere, soprattutto nei crateri sommitali.
I boati sono proseguiti e la nostra guida è rimasta sbalordita dalla durata del fenomeno: ci ha detto che, trattandosi di un’eruzione di fianco, si sarebbe già dovuta concludere da ore. Così non era, evidentemente, e qualcuno, scherzando (ma non troppo) ha iniziato a chiedersi se la durata anomala non potesse essere indizio di una qualche pericolosità…
Siamo tornati al pullman, ma uno dei due crateri ha nel frattempo smesso di fumare e il borbottio è divenuto sempre più sommesso e silente. No, l’Etna non ha disatteso le aspettative. Ha voluto anzi con molta signorilità ricordarci che la natura non tradisce la fiducia di chi la conosce, la ama e la rispetta. Tocca a noi, piuttosto, imparare la lezione e comprendere finalmente che solo ricambiando tale fiducia riusciremo a preservare il nostro habitat e la nostra stessa vita sul pianeta.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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