Epifania: in viaggio verso l’ignota stella della speranza

Epifania: in viaggio verso l’ignota stella della speranza
di Luigi Rossi

Quanti usano ancora il termine EPIFANIA per indicare la festa del 6 gennaio? Quanti lo capiscono? Si preferisce parlare della BEFANA. Niente di preoccupante, per quanto riguarda la parola in sé: una delle tante trasformazioni che avvengono nelle lingue: Epifania, pifania, bifania, befania, befana. Preoccupa il fatto che anche il significato della festa è stato seppellito sotto il cumolo di elementi folkloristici: necessita, dunque, ripulirlo dalle incrostazioni, restituendo la vicenda al sobrio racconto del vangelo di Matteo.
Alcuni sapienti hanno captato un segnale misterioso, che si inserisce in una nostalgia, in un desiderio di viaggio che è in loro. Si mettono in cammino, lasciano le sicurezze, si espongono al ridicolo, si aprono ai valori dell’ignoto, divenendo simbolo di tutti i cercatori di Dio, di chi si apre alla fede, ad una verità che ci sta davanti e che dobbiamo cercare sempre.
L’Epifania è, perciò, innanzi tutto, la storia di una ricerca con tante tappe liete e oscure del credente, pellegrino dell’assoluto. Ma è anche la storia della rivelazione di Cristo venuto per tutti. Questo è il filo che lega le tre letture: Isaia 60: “tutti i popoli cammineranno alla tua luce, Efesini 3: tutti, giudei e gentili, sono chiamati a partecipare alla stessa eredità”. Quindi Beethlem si apre al mondo intero, a tutto l’universo. La stella è il simbolo di ciò che nella natura ha la capacità di guidarci a Dio.
Quanto ci dice Matteo è un episodio di cui egli ha sfumato i contorni per farne un messaggio religioso di grande portata: storia che diventa annunzio e catechesi, la cronaca di un viaggio dello spirito. Anzi è l’incontro di due movimenti: il primo di Dio che viene, che nasce e chiama attraverso la stella nell’intreccio temporale e spaziale della nostra storia di uomini. Il secondo è quello dell’uomo che dalle sue terre va incontro al Signore, anche senza conoscerlo. La stella indica un cammino rischioso, cioè la via della fede, difficile, come quella percorsa da Abramo, che partì dalla patria senza sapere dove andava. Levinas ha contrapposto al mito di Ulisse, che torna ad Itaca, cioè al quieto vivere, al passato nostalgico, la vicenda di Abramo e di tanti altri uomini biblici, i quali fanno il contrario: cioè lasciano la patria per una terra ignota perché “non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura”(Ebrei 13,14). Il viaggio diventa così il simbolo della vita cristiana, intesa come ricerca prima e come sequela poi. Siamo tutti pellegrini verso il Cristo e in cammino con lui, itinerario difficile, con momenti di oscurità, perché la stella si può anche eclissare.
Accanto ai Magi, uomini della ricerca e dell’accoglienza, e in contrapposizione c’è Erode e tutta Gerusalemme con lui: gli uomini del rifiuto, della paura, del sospetto: geograficamente e religiosamente i più vicini, ma spiritualmente i più lontani. Ebbene, non capiti a noi, i vicini, di deludere chi cerca la luce. Non si tratta di dare poche aride informazioni, ma di fare un resoconto dell’esperienza di Cristo, viva e affascinante, annuncio di gioia.
Di fronte al Signore che viene ciò che ormai conterà non è più la razza, la cultura o la prudenza, ma la disponibilità della fede e l’attenzione ai segni di Dio. Ma ciò avviene tra profonde e drammatiche divisioni perché fin dalla nascita Gesù è pietra di scandalo. I luoghi e i modi dell’incontro possono essere tanti: i poveri, soprattutto, i malati, i disperati; Epifania di Dio sono le grandi gioie come i grandi dolori; e poi, la fraternità, la mitezza, l’impegno per la pace.

redazioneIconfronti

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