Lun. Giu 24th, 2019

I Confronti

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“Epigraffi” di Giovanni Occhipinti

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di Giuseppe Amoroso

Il critico letterario e saggista Giuseppe Amoroso

di Giuseppe Amoroso

2015-3-19_18-29-42-@Occhipinti coverLa felice e copiosa produzione letteraria di Giovanni Occhipinti, che tanto consenso ha ricevuto dalla critica più autorevole, è sempre stata segnata da un risvolto amaro di sorriso, da una piega di sdegno o di memoria, a uno sguardo gettato sulle ombre del mondo, sia nella narrativa (da Favola di una emarginazione volontaria, del ’78 a Nel luogo delle Tavole, del 2007), sia nella poesia (da L’arco maggiore, del 67, a Elegia del frammento, del 2013). Ora, in Epigraffi, tre scherzi e una pasquinata, con una monodìa per Giovanni (Kimerik,pp.155), l’autore lavora sulla contrazione del ritmo, sull’assenza di una distesa cantabilità verbale, al fine di costruire un dettato scabro, aguzzo, che poco concede alle seduzioni della vocalità, ma punta verso il grumo denso dei fenomeni osservati, fissati in nuclei roventi ai quali attribuisce un senso di drammatico bersaglio, la scherma beffarda con l‘offesa inferta dal disordine del mondo. La coscienza del nero cascame della contemporaneità e lo sviluppo critico del discorso morale sembrano più ribadire un concetto di sfida o addirittura ripercorrere un’immaginaria linea di confine tra l’io e gli altri, che approdare a una soluzione liberatoria, trovare una risposta. La ricerca di valori ideali è già conquista di una illuminante sintesi da caricare nel verso breve, nel respiro spezzato, nella rivolta di un solo verbo (la conclusiva Monodia recupera però un mai spento bisogno di autoconfessione). Da qui il carattere immediato di denuncia: piccola ma pugnace macchia di nero nel metafisico bianco della fuga di colori, paesaggi e figure protese all’avventura. Occhipinti tende ad annullare il racconto affabile, gioca sugli effetti dei contrasti, sulla rispondenza tra parole di fuoco, immagini di baldanza, in una pagina che “freme/scalpita mugugna”. Non predilige la trama che seduce, le sibilline svolte dei suoi anditi, le dissolvenze, ma l’effetto del crollo, il doloroso rimbalzo di una perdita che fa crescere dalla devastazione un pensiero, una notizia, una ferita.

L’autore non fa evaporare la sua visione nella contemplazione o nel canto di puri stati d’animo pronti ad assumere una cifra totalizzante. La sua sdegnata voce impegna la qualità millimetrata della scrittura più di quanto richiesto da un discorso globale sul conflitto con i mali dell’oggi. Gli episodi più certi del malcostume sono un po’ estrapolati dalla loro piattafoma e deviati verso scene mobili per certificare un clima generale di smarrimento (”Per la politica del mondo/siamo solo un rumore di fondo”), di rottura dell’ormai comunemente accettato filo rosso delle cose corrotte, malate, cui non si può opporre un concreto rimedio (“A Roma han chiuso/il Colosseo. Quanti centurioni/farebbero le bestie/sui gladiatori/della politica corrotta!/Han perso la rotta,/ahimè che bancarotta!”). Da qui una flessibilità di interventi piena di veleni, che gioca con malizia a congiungere le situazioni disgregate, i flash radenti. È uno svelamento elaborato, voluto pure con l’ausilio della letteratura, a volte anche maliziosamente esibito, di questo sguardo ludico e irridente, che protegge la frantumazione del verso e concede alle tante tessere disperse l’opportunità di rispondere alle richieste degli “epigraffi”, di disporre di ogni fattore essenziale del quadro dell’”Italietta di cartone” e di pervenire repentinamente all’esclamativa amarezza senza scampo delle chiuse (“Ahimè è amaro/il potere del denaro!”; ”che melassa/la politica della grancassa!”:”Eppure è festa di grilli/tra gli italioti birilli!”; ”Gente,accogliete/il gran benefattore,/il santo truffatore!”;i “politici/da scuola serale,/dietro la boria,nacondono/il vuoto siderale!”. Gli strali del risentimento colpiscono pure lo stesso io (”disvivo della mia miseria,/protetto dalla misericordia/della pattumiera!”). Nel frattempo la vita quotidiana si eclissa al comando improvviso di una tacita malinconia legata a qualche oggetto comune, come una pipa, conservata nell’oscuro cassetto di una “scrivania”, o al transito implacabile del tempo (“Come l’immagine del mondo/il giorno mi incupisce;ora si va/per supplementi/di tempo”).

Una lieve memoria d’altri libri, una pratiana melodia di Psiche, l’input di un canto antico del Magnifico(“Quant’è bella giovinezza…”), i “suoni consunti di stagioni/che non tornano”,l’infelicità di un albero ingiallito”, il vento e “il suo verso la voce/delle folate che scuote o il suo pianto/da brividi”, inducono una nota diversa, capace di tradurre lo “sgomento” della vita. E di innalzarsi,al di sopra delli scherzi delle “passquinate”,alla superiore “linea d’Orizzonte”. E allora si ricorre con coraggio al “fascino” della metafora (pure a quella che “mistifica/il pensiero”), all’ambiguità dei suoni, all’oscurità della parola per poter trovare, attraverso il controcanto dello stile, quasi un antidoto a certa pietrificazione della realtà e dei ruoli di chi la abita. L’amore per una persona e quello per una giusta causa sono dentro la grandine dei giorni,schegge portate via, “ghirigori di vita”, ”geroglifici” che se ne vanno proprio per apprestare un tranello e trafiggere l’io “al varco”.

 

 

 

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