Ero in gara a Boston, eccovi il mio racconto dal vivo

Ero in gara a Boston, eccovi il mio racconto dal vivo
di Vincenzo Pascale
giornalettismo.it
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Ieri pomeriggio ero a Boston (sono un podista) e voglio raccontarvi l’attentato.

Due esplosioni a distanza di pochi minuti, sulla dirittura d’arrivo della Maratona di Boston hanno distrutto una giornata incominciata nel ricordo delle vittime dell’antenato di Newtown in Connecticut, ove perirono 27 persone tra studenti ed insegnanti a seguito della follia omicida di un giovane armato fino ai denti.

La 117ma maratona di Boston era cominciata nel migliore dei modi possibili. Già dalle sei del mattino migliaia di partecipanti si sono ritrovati nel centro di Boston, a poche centinaia di metri dalla linea d’arrivo, per salire sui pullman dell’organizzazione ed essere trasportati ad Hopkinton, una cittadina distante 40 km da Boston, dalla quale prende avvio la maratona più antica del mondo. Il raduno di partenza è in un immenso piazzale antistante una scuola, ove gli atleti possono riposare in attesa della partenza che avviene scaglionata tra le 10 e le 10,40, prendere un caffè, farsi fotografare dai fotografi ufficiali.

Il raduno è stato avviato con un momento di silenzio per le vittime della strage di Newtown in Connecticut. Oltre 30mila persone in religioso silenzio hanno rivolto una preghiera o un pensiero ai caduti di Newtown, senza mai poter pensare che anche a Boston la follia omicida era ad attendere i maratoneti. La partenza è stata data alle 10 in punto.

Ero tra i partecipanti del mio gruppo. Il percorso della maratona, immutato da oltre un secolo, si svolge quasi tutto alla periferia di Boston, attraversando comunita rurali per le quali il passaggio di tanti podisti rappresenta l’evento sociale annuale. Famoso il passaggio al miglio ventisimo (32mo km) davanti al College di Wellesley. Uno dei college più famosi d’America, ancora rigorosamente femminile. Qui le studentesse scatenano un tifo infernale  al passaggio di ogni podista. Anche quest’anno le studentesse di Wellesley College non hanno smentito la loro fama. Attraversato il muro umano delle studentesse di Wellesley College, la maratona si avvia verso la immediata periferia di Boston per entravi esattamente al  miglio 22 (4 miglia alla conclusione). Qui si inizia  a vedere il profile urbano di Beamtow, questo il soprannome di Boston. Al miglio 24 si è in Boston, ancora qualche curva e poi l’ingresso sull’immenso vialone di Boylston Street, un enorme rettifilo di oltre 700metri metri che accompagna i podisti, sostenuti da migliaia di spettatori, al traguardo. Parteciapre alla Maratona di Boston e concluderla è una gioia immensa per i podisti di tutto il mondo. Ieri ho concluso la mia maratona poco dopo le 13, dopo tre ore dalla partenza. Mi sono avviato a prendere la borsa con gli indumenti che avevo consegnato ai volontari alla partenza e dopo una breve sosta ad uno dei tanti punti di ristoro per bere una soluzione idrosalina, ho ricevuto la mia medaglia per aver concluso la gara e mi sono avviato alla stazione della metropolitan per far ritorno in albergo, dopo poco più di un’ora dal mio arrivo. In albergo ho immediatamente percepito una strana sensazione. Nella hall erano raccolte diverse persone, una decina, a seguire una edizione speciale del telegiornale che stava riportando dell’attentato alla maratona. Ho immediatamente tranquillizzato la mia famiglia a New York, chiamato alcuni amici che avevano corso con me la maratona, ma dei quali avevo perso le tracce. Tutti bene. Mi accingevo a lasciare l’albergo per far ritorno a New York, quando vengo raggiunto da diverse diverse telefonate dall’Italia e da New York, da colleghi giornalisti che mi chiedono sulla situazione in città. Mi avvio all’arrivo ma vengo fermato da un addetto alla sicurezza che mi dice che l’area è stata presa sotto consegna dalla FBI ed a nessuno è permesso di entrare nella zona. Fermo una volontaria della maratona  che mi racconta che la gara è stata sospesa e tutti coloro che erano ancora in competizione, saranno accompagnati dai pullman in città. Un poliziotto mi informa che il parco all’angolo di Boylston Street e Arlington (circa 500 metri dopo il targuardo) è il luogo di ritrovo per famiglie e concorrenti. Intanto iniziano a sentirsi le sirene delle ambulanze, tantissime, ma soprattutto in giro ci sono centinaia di auto civetta della polizia e, supponiamo, dell’FBI. Le comunicazioni sono difficili a causa del grande traffico telefonico. Boylston Street è avvolta in un silenzio spettrale. Tutti camminano per allontarsi dalla zona off limits. Tante le persone confuse, soprattutto atleti. Non è possible recuperare il bagaglio di gara con gli indumenti. Le informazioni sono contraddittorie: c’è chi parla di due decessi chi di quattro. Intanto nel giro di poco più di un’ora ho ricevuto decine e decine di sms e telefonate. Il cellulare sta per scaricarsi. Faccio in tempo a fare due collegamenti con l’Italia e a chiamare la mia famiglia a New York. Mi avvio alla stazione di Boston. I treni funzionano regolarmente. Tanti poliziotti in giro. Ci sono anche le squadre antiterrorismo. Nessuna informazione sulla matrice dell’attacco. Di certo, un durissimo colpo allo spirito sportivo di milioni di atleti giunti a Boston da ogni angolo del  mondo, all’America e alle vittime innocenti di una follia che stenta  a diminuire.

redazioneIconfronti

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