Lun. Giu 17th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Esangue e dal segno scenico scontato l’Aida del San Carlo

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di Francesco Tozza
di Francesco Tozza

aidaL’idea di partenza non era male: offrire un’Aida “fuori dal tempo”, soprattutto privata della consueta paccottiglia scenografica, lussureggiante nei suoi sterili esotismi e peraltro costosissima, oltre che, molto spesso, estremamente kitsch. Per la verità i sontuosi allestimenti hanno da tempo abbandonato le esecuzioni della celebre opera verdiana: perfino uno dei più noti artefici di quella linea di condotta registica, Franco Zeffirelli, lasciando gli immensi spazi dell’arena veronese per il più raccolto palcoscenico del Teatro di Busseto, è approdato anni fa a più miti consigli (e certamente a più validi risultati). Nulla di particolarmente originale, dunque, nella dichiarazione d’intenti (da parte del regista Franco Dragone), in merito alla nuova proposta sancarliana dell’opera (per giunta ad inaugurazione di stagione), che si annunciava meno ridondante del solito, non più legata al cliché della monumentalità egizia, forse anche in consonanza con le scelte più discrete dettate dalla crisi attuale (che magari avrebbero fatto di necessità virtù!).

Ma l’attesa è andata in buona parte delusa. Destoricizzare un tessuto narrativo e musicale, oltremodo ricco di riferimenti ad una cultura altra (per quanto ovviamente reinventata dal genio bussetano), ha significato, purtroppo, ancora una volta e sempre … attualizzare (“e dal mio labbro uscì l’empia parola” – per dirla con la schiava etiope!), qui in omaggio ad un presente guardato come “mondo capovolto” (e il nostro, per molti versi, lo è), ma offerto con segni scenici estremamente scontati, fra loro contraddittorî o inutilmente arbitrari: statue a testa in giù, colonne sospese in aria, corde che fungevano da imprigionanti quinte, in un palcoscenico vuoto (che così poteva essere anche sinistramente espressivo, ma era invece piuttosto insignificante, inutilmente – e quasi con accanimento – illuminato a vista dalla colonna luci), fra globi solari e qualche foto dei ‘nuovi schiavi’ dal volto terrorizzato (omaggio a vecchi ma sempreverdi ideologismi). I personaggi della vicenda, con i loro sontuosi, a volte grotteschi costumi (Amneris in parrucca bionda ed abito salottiero, almeno nel primo atto), si muovevano (si fa per dire, data l’impostazione oratoriale data spesso allo spettacolo, che ne avrebbe comunque guadagnato, se la scelta fosse stata netta e continua) in quel vuoto spesso attraversato da incomprensibili zombi, che probabilmente volevano spostare la vicenda in una dimensione preistorica o da caotico futuro fantasy! Nel complesso, insomma, un insopportabile mélange di stili, di segni, di epoche diverse: non ci sono state risparmiate nemmeno le ballerine in ottocentesco tutù, con i rispettivi compagni in calzamaglia, forse in omaggio questa volta allo straniamento brechtiano…, qui comunque davvero fuori luogo, che avrebbe certo fatto inorridire lo stesso  drammaturgo di Augusta, per non dire di quel musicista – con vivissimo anche il senso del teatro – che fu Verdi.

Tutto questo ha nociuto alle ragioni della musica (che, in ogni caso, dovrebbero avere la meglio sui palcoscenici della lirica)? Certamente si (e lo dice chi, come il sottoscritto, al melodramma ha sempre guardato per nulla dimenticando le sue diverse componenti, anche quelle più squisitamente teatrali). Gli interpreti, tutti più o meno di qualità – da Lucrecia Garcia/Aida a Ekaterina Semenchuk/Amneris, a Jorge De León/Radamès, a Marco Vratogna/Amonasro (c’era perfino il grande Ferruccio Furlanetto, nel ruolo solo apparentemente secondario del grande sacerdote, Ramfis) – hanno finito con l’offrire un’Aida esangue, priva di tensione drammatica, a volte all’insegna di una routine ormai difficilmente evitabile (almeno in opere così ampiamente consumate). Nicola Luisotti, un direttore che non abbiamo riascoltato di recente, ma avevamo ammirato (pronosticandogli un sicuro avvenire) in una discreta Tosca e in portentose Nozze di Figaro, ormai parecchi anni fa, nel 2000, al Verdi di Salerno, un piccolo teatro di provincia allora in faticosa ma sicura rimonta (forse anche per merito della sua direzione artistica, durata purtroppo un solo anno), questa volta ci ha lasciato piuttosto freddi, per un  approccio alla scrittura musicale verdiana senza particolari scatti interpretativi o più meditati approfondimenti, senza quell’alone di mistero che il camerismo sinfonico di quest’opera, in passato troppo frequentemente tralasciato da frastornanti letture, sicuramente possiede e riesce a comunicare, se adeguatamente affrontato.

Spiace essere così severi; colpa nostra, probabilmente, della nostra ormai progressiva ma galoppante allergia al melodramma, di fronte alla sterile ripetizione dell’identico (in molte proposte) o a pseudo originalismi di sola facciata, lontani da una più accurata attenzione al teatro musicale, che ha confini molto più ampi di quanto si fa credere (alle vecchie e alle nuove generazioni), in virtù delle ricchezze ancora nascoste che lo contraddistinguono; per non dire dei  problemi molto più seri da affrontare, in direzione – per esempio – di un’offerta più coraggiosa e lungimirante, pena la progressiva scomparsa del genere!

 

 

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