Esce “Parole evase”, voce di chi è dietro le sbarre

Esce “Parole evase”, voce di chi è dietro le sbarre

Davide Cerullo è un uomo che ce l’ha fatta.Era tra quanti bruciano le loro vite, da anni invece aiuta gli altri a ritrovare la loro esistenza smarrita. È un nostro amico, Davide. E di tanto in tanto ci regala i suoi articoli e le sue foto che ritraggono un’umanità ferita a morte dalla vita aspra e crudele, ma ancora con tanta forza per potersi salvare. Auguriamo a questo libro di Davide, che esce a giorni, il successo di “Ali bruciate” e pubblichiamo la intensa lettera-prefazione che ha scritto per lui Erri De Luca.

di Erri De Luca

Davide-CerulloCaro Davide, a un libro di lettere si risponde con una lettera: grazie di
avermi fatto entrare. Con queste pagine fai una cosa semplice e pulita:
offri a
chi le legge un titolo d’ingresso al mattatoio del tempo perduto, e un
lasciapassare alle parole strozzate lì dentro.
Uno scrittore, e tu sei della specie, deve prima di tutto scrivere bene le
sue
storie, come un calzolaio che deve fare bene le sue scarpe. Poi se al
calzolaio
viene voglia di fare qualcosa di più del necessario, dovrebbe preoccuparsi
che
tutti abbiano diritto a un paio di scarpe. Così uno scrittore dovrebbe
difendere per tutti la libertà di parola: detta, scritta, cantata, recitata,
strillata sulla pubblica via. Per tutti: cioè per quelli che, pure in una
società che si pretende civile, sono ammutoliti, isolati, balbuzienti,
analfabeti, stranieri.
Tu onori questo punto e puntiglio di scrittore: dai la voce a chi sta
sigillato dentro il nostro catastrofico sistema penitenziario. Voce di
lettere
che chiedono ascolto o semplicemente raccontano, fanno i conti, spiegano, si
arrendono, si aggrappano.
In margine a ognuna ci sta il deposito di pena supplementare, non scritta ma
applicata, dell’asfissia dei corpi in spazi a scatoletta di sardine, le
percosse punitive praticate per sistema, le sofferenze gratuite inflitte per
umiliazione ai familiari in visita.
Ricordo l’episodio scritto dalla poeta (non dico poetessa) russa Anna
Akhmatòva. Lei sta nella fila dei parenti in attesa, all’esterno di una
prigione di Leningrado. È lì col suo pacco per il figlio, insieme a una
folla
in fila rasente il muro, sopra un marciapiede. Sono lì da molte ore,
intorno a
loro morde il gelo di uno degli inverni russi. Non sanno se saranno ammessi
alla visita. Succede di essere respinti dopo l’attesa a vuoto. Anna è lì
imbacuccata e anche così viene riconosciuta, il suo nome gira per la fila.
Allora una donna anziana, sentendo che c’è una poeta dietro di lei, si volta
verso Anna e le domanda :”Questo: voi potete descrivere?”. Anna risponde: “Posso”. Ecco, queste sillabe, due sia in italiano che in russo (“Mogù”), sono
l’opera da tre soldi della letteratura. Anna, e la poesia con lei, può
scrivere e descrivere il “questo” di quella donna, di quella folla. Perché
lei
pure è lì, sul lastrico degli altri familiari e con loro spartisce pena
uguale.
E così pure tu che sei dei loro, di quei legni tagliati e bruciati
giovani, ma
tu rispetto a loro sei tizzone scampato dall’incendio.
Le lettere di questo libro dicono: “Avanti” alla domanda che mi sono fatto
affacciandomi sulla loro intimità e chiedendo: “Permesso?”.
Le hai volute chiamare: “Parole evase”. Ma nessun potere ha la forza di
imprigionare le parole. Tu però le diffondi, fai il postino di lettere che
sarebbero rimaste in giacenza non consegnate a noi che le leggiamo. Tu ce le
recapiti e ce le affidi. Andranno, ogni singola sarà letta da occhi
innumerevoli, solo con i battiti di ciglia oppure anche a voce alta, in una
stanza, in un’aula di scuola, in una piazza, in un’assemblea, alla radio. E
dopo il più lungo giro del mondo torneranno nelle mani di quelli che le hanno
scritte, e saranno unte da tutte le impronte digitali di chi le ha ricevute e
insieme formeranno una stretta di mano oltre le sbarre.

redazioneIconfronti

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