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Esplorazioni e fascinose ricerche sul filo dei ricordi

Esplorazioni e fascinose ricerche sul filo dei ricordi
di Basilio Fimiani

Andare per funghi, tra i boschi, scoprendo quella lastra di pietra scavata, con tre piatti acrilicali, due laterali ed uno più grande al centro.
Questi i sogni, ancora vivi, della mia adolescenza, alla ricerca, appassionata, sul monte Solano, o meglio, sul castello di Guaimario, del 1080, di un passato, sempre presente.
Nonostante gli anni, ricordo, ancora, la ghianatalla, piccolo pianoro, un cippo funebre della II Guerra Cartaginese.
In quel periodo, Annibale, col suo esercito, si accampò, proprio, sulla piccola coda, ancor oggi, detta Codola, la più antica galleria al mondo con strada ferrata, già inaugurata da Franceschiello, nel 1859, l’ultimo dei Borbone.
E il cuore, in effetti, è ancor giovane, quando ama e sussulta per questi ricordi, legati alla “odiosamata terra paterna”.
Il tempo stesso raffina le rimembranze e, più che la voglia, resta, sempre, il desiderio del ritorno per chi, nonostante tutto, è lontano.

Basilio Fimiani

Basilio Fimiani

L’uomo, in verità, mantiene vivo il desiderio in una tensione ideale del grande ritorno all’Oriente quando, come da ancestrale abitudine, alza gli occhi e spesso le braccia al cielo, tornando a ripetere: “Utinam!”, cioè, “Volesse Dio”, con la nostalgia del Padre del Cielo perduto, più assente, con la sua divina indifferenza, che vicino al cuore – mente di chi, figlio di un frammento di stelle, rivà alle sue origini preistoriche, in una luce abbagliante, ancora figlia del Big Bang.
Così, tra flussi di ricordi, stream of coscience e occasioni immaginarie, tornano i luoghi ed i tempi di una infanzia, mai cresciuta, e portata avanti, tra cadute ed alzate di esistenza, nei voli incessanti dell’anima in pena.
Eravamo così, attraverso lo squarcio nello stesso muro del castello di Rocca, penetrati in un vano oscuro, tra pezzi di bicchieri colorati ed un affresco di fronte a noi.
Nella fioca luce del meriggio, che andava a sera, una icona scura, o Madonna Nera, come le tanto nella mia terra del sud.
Ecco, davanti agli occhi, dell’alto dell’arco, la Vergine di Pomigliano, salendo sul Partenio di Atena, la Madonna di Montevergine, segue quella di Campomanfoli, su Tabulaa Picta, con il volo annuale degli Angeli.
La colombina della Repubblica Veneta ricorda, proprio, il volo degli Angeli, in questa etnia longobarda, del Comune di Castel San Giorgio.
Non meno famosa La Mater Domini, con il ballo della Tarantola, nel tempo Canicolare del Vervigilium Veneris, nella notte dell’Assunta, quando, “Cras amet qui numquam amavit, quique amavit cras amet”.
Segue, dopo il balzo erotico ed ammiccante, davanti al Santuario della Madonna dell’Alpe, già Iuno Lucina, la palatella, con la impepata, a cui si sposa una grossa fetta di anguria, a mezzanotte, tratta da una botte, piena di ghiaccio e frutta.
Tanto, anche per scacciare l’arsura delle alici salate di Cetara, e dei sottoaceti, impepati o pieni di spezie e pepe.
Ma la Madonna più venerata, come già un tempo avvenivano sacrifici di sangue vivo alla terribile Lania e che, ancora oggi, accetta donazioni e sacrifici di animali e non solo, è, e rimane, la Madonna Nera delle Galline dI Pagani.
Lanciate in volo, dai devoti dell’antico Pagus, le galline, o i colombi, in quella sarabanda di suoni, grida e fuochi artificiali terrificanti, non hanno di meglio da fare che separarsi sotto il manto della divinità, urlata dalle spalle dei portatori e fatta sostare, in ogni cortile, dove è preparato un sacro tosello, o altare Barocco, riccamente addobbato, da artisti del sacro e del profano, come i toselli bellissimi di Franco Tiano, tra gli ultimi eredi del canto a Fronna di limone.
Ogni devoto, nei momenti di festa, onorava, a suo modo, le divinità antiche e nuove, anche con una ecatombe.
Non avendo che poco o niente, i miei Casalesi giungevano al sacrificio persino della chioccia, spennandola, (da qui l’appellativo del Casalese Spennacioccola).
Le Pennee più adatte servivanoa da sostitute della penna d’oca per scrivere, o venivano infilzate nelle patate che fungevano da possteriore alla giovane sposa e vedova di Carnevale.
La Vedova Nera era la Quaresima e veniva appesa al centro del Paese, ed era, anche, chiamata Zeza.
Tante e ancora belle le Cantate Carnascialesche.
Tra le tante, la Cantata del pittore; o, meglio, dell’imbianchino, che faceva la Passata; col suo pennello, alla servetta affamata di sesso, pur nella Scalinata, alla men peggio.
La Cantata del venditore di pesce; con tutti i suoi riferimenti priapei, invitava le giovani acquirenti ad accarezzare la merce ittica, assicurando che, più si accarezzava il pesce, più lo stesso aumentava di dimensioni.
Non ultimo l’ortolano indicava la freschezza dei suoi prodotti,specie del cetrulo, invitando le donne sui veroni a calare il paniere colo filo,per un contatto verbale erotico.
Il paniere indica, nella mia zona, il posteriore prominente del gentil sesso.
E quando é festa, si fa festa, o, meglio, le feste profane, come già, le atellane, i fescennini e la satura Lanx, che “Tota nostra est”.
In effetti, la profanità, con un tocco, più o meno, intenso di Sacro, é più appetitosa, o, meglio, pruriginosa.
E l’uomo, nel suo cammino, ha sempre unito la coniugazione del Trono – Potere Temporale, e dell’Altare – Potere Spirituale, per il dominio dei popoli, a vari livelli, con in strumenta regni della Religio e il dià – logos, nella pienezza della Filosofia.
Così; lo stesso Giovanni Gentile: “ Al popolo La Religione, agli intellettuali la Filosofia”.
E quando la mente sarà capace di andare oltre il velame, allora, anche animue et anima voleranno da Malkut a Keter, lungo i rami dell’Albero della vita, che é sempre verde e non perde mai foglia.
Ma torniamo alla mistica visione del cammino della sacralità della sera, nella luce del meriggio, con il Mezzogiorno per l’incipit e la Mezzanotte per l’explicit, cioé la fine dei lavori.
Ed ognuno, nel cuore della terra, illuminato e trafitto da un raggio di sole, caldo ancora il cuore, si avvierà, ciclicamente, all’Oriente, per un eterno ritorno verso la sua sera e, contemporaneamente, per un nuovo arrivo alle sponde della Luce.
Solo allora i sentimenti, le emozioni saranno il sale del viaggio ed anche le soste alle sorgenti, saranno inizi di nuovi addii, di un viaggio senza meta sicura, senza una de – finita spiaggia della vita e della morte.
Così, superato il limes, saremo scintille d’eterno.
Si rinnova, in tal modo, il mito di Er, nel decimo della Repubblica plutoniana, anche Eros, nel continuo cammino, lungo il filo della vita, di Cloto, che dipana, la Chesi che tesse il contesto e Atropo, che taglia, provocano solo malinconia e nostalgia per eterni ritorni.
In tale contesto, una vergine – madre accompagnerà, umile ed alta, il cammino del figlio, nella continuità di Eros e Tanatos:
Quel figlio del suo utero, grotta, provocherà la de-solazione più nera, sotto la croce.
Accanto al tragico pianto, anche lei, con gli occhi scavati dalle lacrime, una donna, già prostituta e ancora bella, viva per antica passione, rimarrà con il suo amore, sotto la croce.
Anche lei; Maria; più propriamente di Magdala, proseguirà nel cammino verso l’era volgare ed il sangue reale varcherà le sponde dell’Europa e del mondo:
Ma questa é un’altra Storia.

In copertina, un’opera di Paul Klee

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