Esportazioni ok, ma la politica è al palo

Esportazioni ok, ma la politica è al palo
di Angelo Giubileo

container gru export esportazioni-2L’analisi dei dati è sorprendente. Si tratta di anticipazioni del Sole 24 Ore inerenti alle rilevazioni dell’Osservatorio Fondazione Edison-GEA, effettuate nel primo trimestre 2013, in merito all’andamento dell’attività dell’industria italiana.

L’analisi merita particolare attenzione per due ragioni soprattutto. In primo luogo,  perché, in tempi cosiddetti di crisi, delinea un quadro generale della situazione industriale in netta controtendenza. In secondo luogo, perché può essere utile al fine di elaborare un’inequivocabile e corretta strategia d’investimento produttiva.

I dati, che emergono e che succintamente in parte qui richiameremo, esprimono peraltro una tendenza che ha finito con il consolidarsi proprio in questi anni più recenti di crisi internazionale. Che, soprattutto qui da noi, è bene sempre ribadirlo, ha interessato prevalentemente la dimensione sovranazionale del nostro debito pubblico con pesanti ricadute sul piano dell’attività interna, bancaria e creditizia, di finanziamento alle imprese.

Pertanto, una prima considerazione attiene al confronto tra il dato complessivo dell’esportazione, in costante crescita, e quello viceversa negativo del consumo interno, al punto che si potrebbe parlare quasi di un crollo. Rispetto alla rilevazione del 2012, i dati del primo trimestre 2013 indicano un aumento della domanda estera netta pari all’1,1% e viceversa registrano un calo della domanda interna (al netto della variazione delle scorte) del 2,6%. Per quanto riguarda l’export, ciò significa che la nostra economia consolida la quinta posizione nella graduatoria mondiale del commercio internazionale; addirittura, in seconda posizione, dopo la Cina, per l’esportazione di numerosi prodotti quali prodotti in ferro e acciaio, derivati di ortaggi e frutta, articoli in cuoi, abbigliamento non di maglieria, occhiali e montature, prodotti in ceramica, calzature, mobili e lampade. In seconda posizione anche per vini e bevande, ma dopo la Francia.

In ragione di questi ultimi dati, una seconda valutazione attiene all’attività dei beni cosiddetti tradizionali del made in Italy rispetto all’attività dei beni ad elevato apporto innovativo e tecnologico. È indubbio che, nonostante il tessuto dell’industria italiana sia formato per il 90% circa da PMI, l’attività in generale mostra non solo di reggere la competizione sul piano internazionale ma anche di ampliare le quote di mercato produttivo. Tale fenomeno riflette, in positivo, la capacità delle nostre piccole e medie imprese d’innovare il prodotto tradizionale di consumo; che viceversa, sul mercato interno, sconta gli esiti di una politica di generale e costante implementazione della tassazione.

Se questo è dunque il quadro generale, che pare emerga dai dati, in ordine alla questione industriale nel nostro paese, crediamo che abbia poco senso continuare ad argomentare in termini semplicemente di riduzione del costo del lavoro e delocalizzazione delle imprese. Così come, ad esempio, ha argomentato Teresa Bellanova dall’Ufficio di Presidenza del Pd. Sostenendo che, considerati gli attuali 160 tavoli di crisi d’impresa aperti presso il Ministero dello Sviluppo Economico, “il ricorso agli ammortizzatori sociali non può più essere l’unica soluzione, anche perché si alimenta un circolo vizioso: le aziende portano la loro produzione altrove e non pagano più né tasse né stipendi; il nostro Paese deve trovare le risorse per rifinanziare la cassa integrazione che, comunque, non garantisce un futuro ai lavoratori”.

E se invece, a parte le diverse teorie, come peraltro i dati sembrano confermare, provassimo nel contempo ad abbattere i costi e le spese improduttive (per primi, quelli della politica) e ad investire e attrarre risorse produttive? Sembra anche facile, ma per la politica italiana pare proprio che non lo sia.

(I Confronti-Cronache del Salernitano)

redazioneIconfronti

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