Essere felici, cioè esserci

Essere felici, cioè esserci
di Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro

Oggi, felicità è una parola grossa, troppo grossa. Si può provare gioia, veder soddisfatto un desiderio ma raramente si è felici. Beatitudine, contentezza, letizia sembrano essere note desuete per chi come noi siamo precipitati nell’alienazione del contemporaneo. Un anacronistico mondo pre-consumistico, una società pre-moderna, lontana dai ritmi asfissianti delle nostre metropoli, forse, potrebbe fare al caso nostro. Un mondo “innocente”, edenico, dove ritrovare quell’armonia ormai perduta per sempre. In realtà, siamo oggi troppo disincantati, troppo cinici, troppo intelligenti per abbandonarci alla “natura”, nella “natura”. Bisognerebbe, piuttosto, acquistare la qualità “inattuale” del mistico che si sveste di tutto e, con un paziente e lungo lavoro su se stesso, destruttura il suo ipertrofico IO.  Bisognerebbe acquistare, allora, la leggerezza di un Angelo Moscarda, protagonista di un famoso romanzo pirandelliano, e lavorare su un salutare spossessamento. Moscarda, stanco di essere “uno” dopo essere stato “centomila”, prova ad essere “nessuno”. Come l’Odisseo omerico; solo diventando Nessuno, egli, si salverà dalle fauci del Ciclope. Allora, come può essere possibile per noi “effimeri” provare ad essere felici? Forse, lo è un bambino nel grembo della madre. Oppure, lo siamo stati prima di cadere nel tempo, prima di essere stati imprigionati ognuno nella propria identità: una carcere, una prigione dalla quale sarà impossibile evadere, se non con la morte. Forse, allora, per essere veramente felici “sarebbe stato meglio non nascere”, come pensavano alcuni filosofi antichi. Piuttosto, la nostra felicità potrebbe, allora, derivare da una esorbitanza dionisiaca che ci allontana dall’equilibrio e la misura di Apollo. Che ci rapisce, ci turba, ci inquieta, ci entusiasma, ci porta via dalle certezze di un “logos” ormai depotenziato dalle sue stesse miserie. O ancora; la felicità è, forse, l’avventura, l’avventura della vita, di ogni vita. Bella, brutta, lunga, breve, l’importante è provare a viverla con passione e coraggio. La stessa passione e lo stesso coraggio che avevano i “cavalieri dell’impossibile”. Elsa Morante pensava ai “felici pochi” come coloro che non avevano paura di viverla la vita. E viverla la vita significa, innanzitutto, nutrirla di utopia. La felicità è, forse, semplicemente amare la persona amata. Ma di un amore non solo idealizzato ma che si fa carne. È solo mediante Eros, infatti, che la nostra anima riacquisterà quelle piume con le quali potrà raggiungere il “cielo”. Lo fa dire Platone a Socrate, nel Fedro, quando paragona l’ascensione dell’anima all’involarsi di un uccello. Infine, forse, la felicità non è altro che sentirsi scorrere dentro le tante generazioni, quelle che ci hanno preceduto e quelle che ci sopravanzeranno, che ci hanno fatto e ci faranno sentire meno soli su questa terra. Forse, felici è, semplicemente, esserci.

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *