Eterni nella “terra di mezzo”

Eterni nella “terra di mezzo”
di Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro

Nella letteratura e nel teatro la memoria è non solo un elemento essenziale ma direi addirittura costitutivo. In teatro, celebri sono le “Memorie” di Carlo Goldoni, solo per fare un esempio tra i tanti possibili. Ma la scena come spazio della memoria è stata, per venire più vicino a noi, anche la parola d’ordine di un grande maestro del teatro contemporaneo qual è stato il polacco, Tadeusz Kantor. E, sempre per restare nel perimetro del novecento, come non ricordare che anche per lo stesso Pirandello la scena è stata molte volte l’unico modo per strappare dalla definitiva caduta dentro il precipizio dell’oblio le “persone” trasformandole in “personaggi”. In tal senso, il suo teatro, almeno il più importante, ha comparato i personaggi fantastici alle persone defunte. Il palcoscenico, insomma, come una “terra di mezzo”, uno spazio d’evocazione, dentro il quale le “persone” mutate in “personaggi” non possono più morire, essendo destinate a vivere per l’eternità, seppure un’eternità letteraria. Una strategia, una modalità, quella della scrittura, per sconfiggere, dunque, lo scandalo della morte. Da sempre la letteratura il teatro e, più in generale, le arti, hanno avuto questa miracolosa prerogativa. Ma la memoria è servita anche per rendere più profondo il nostro rapporto con la storia terribile del secolo scorso, per esempio. Dopo le deportazioni e gli stermini odiosi nell’ultimo grande conflitto mondiale, molti, infatti, alla memoria hanno preferito l’oblio e la smemoratezza. Come poteva essere stato possibile che tutto questo fosse accaduto nella civilissima Europa? Meglio dimenticare, allora, e/o tacere per sempre. Ma ancora una volta la scrittura, con un grande senso di dignità, ha voluto marcare la propria necessaria funzione di dare voce a chi la voce l’avrebbe perduta per sempre. Primo Levi, che ha pagato carissimo il suo sforzo per non dimenticare, sulla soglia di un suo importante libro ci ricorda che, se capire è impossibile, conoscere resta necessario. E ancora, Giovanni Testori: “La restituzione della memoria, non come nostalgia, ma come coscienza dolorosa del presente è, secondo me, un’operazione attiva, forse l’operazione più rivoluzionaria che oggi possa compiersi in un meccanismo, come dire, produttivistico, demenziale, che tende a ridurre l’uomo a oggetto o, peggio ancora, a fabbricarselo da sé, l’uomo”.

In copertina, Tadeusz Kantor

redazioneIconfronti

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