Eterno ritorno della Napoli violenta per sfrattare il sindaco populista

Eterno ritorno della Napoli violenta per sfrattare il sindaco populista
di Gianmaria Roberti

135231426-f1b0948e-ca94-49fb-aa6c-2b43d4cae323Se la storia è un ciclo, ha un tragitto circolare, e si dipana per corsi e ricorsi, come dice Vico, a Napoli torna il convitato di pietra. Una violenza ancestrale, brutale. E tornano le sue eterne maschere. Il sindaco de Magistris è l’icona di Masaniello. Da sempre, per i nemici. Da un po’, per gli ex elettori. Un abbraccio cercato, ostentato, col mito del pescatore di piazza Mercato. Il capo della rivolta anti tasse, le gabelle dei vicerè spagnoli, nel luglio 1647. Una scelta identitaria sfacciata, con la bandana piratesca, l’orgoglio anti sistema. La marcia sulle macerie di malgoverno e rifiuti. E l’imposta-beffa più alta d’Italia sulla raccolta dell’immondizia. La vocazione populista, la retorica rivoluzionaria. Come Masaniello, ora su de Magistris si allunga l’ombra del tradimento. Prima l’ascesa dirompente, plebiscitaria. L’ex pm trionfò alle comunali con il 65,3%. Un balzo fulmineo, altrettanto la caduta.  Nel primo anno di mandato, nei sondaggi, era il più amato dello Stivale, con il 70% dei consensi. Dopo 12 mesi già scivolava al 59%, diciassettesimo in classifica. Un crollo verticale. E ieri il corteo di protesta. Un corpaccione caotico e minaccioso, composito ma granitico nella richiesta: “Vattene”. Dentro c’erano cittadini esasperati per il labirinto delle ztl, le mille buche sulle strade, neppure fossimo a Kabul. I trasporti al collasso, gli autobus senza benzina e assicurazione. Urlavano i commercianti: la pedonalizzazione strozza gli affari, ancora peggio della crisi mondiale. E mancano i parcheggi. La spallata a de Magistris parte da una serrata dei negozi. Nella marea livida, si insinua la biscia della malavita: ai crumiri qualcuno impone di abbassare le saracinesche. Sotto Palazzo San Giacomo scoppiano bombe carta e volano botte. Nel prevedibile copione spuntano i disoccupati, i professionisti dei disordini, a caccia di un vitalizio per sfaticati. In mezzo alla rivolta, discreta ma trasognata, l’opposizione del centrodestra: “Noi l’avevamo detto che non era capace”. Tante facce diverse, una rabbia incendiaria, su cui soffiano anche interessi sporchi. L’accusa: non ascolta nessuno, decide tutto di testa sua. Eppure, Napoli fu conquistata proprio dall’anima autoritaria del sindaco magistrato. Questo gli chiedevano: di essere un capo, di fottersene dei finti senza lavoro e delle loro questue sotto al Municipio; dei clientes della vecchia politica, un pachiderma ingrassato da spartizioni e sprechi nelle partecipate; di accettare quella delega in bianco da uomo solo al comando. Un piccolo padre da venerare e temere. Un Bassolino prima maniera, a cui Napoli tributò consensi bulgari, per quasi 20 anni, stordita dalle politiche dell’effimero, prima di risvegliarsi con la monnezza al terzo piano. I napoletani preferiscono un dittatore al governo democratico. È più sbrigativo, meno impegnativo. Ma guai se il monarca si fa sfuggire di mano la città. Non glielo perdonano. De Magistris è durato due anni, Masaniello solo 10 giorni. Troppo potere nelle mani di uno solo, troppe promesse tradite presto. Entrambi ingiuriati come pazzi. Infine le schioppettate. Metaforiche, per de Magistris: a lui hanno tirato solo ordigni rudimentali, sotto il Comune. Ma la carica violenta è quella del passato. Uno sbocco di bile e anarchia, covato nelle viscere dolenti della città. Quello che il cronista Giuseppe D’Avanzo descrisse nei giovani napoletani, gonfiati da una vena di aggressività autodistruttiva. Riemerge dalla crosta annerita del popolo la furia cannibalesca dei lazzari, che nel 1799 ingrossarono le fila sanfediste del cardinale Ruffo, per annientare la repubblica dei giacobini. Un’altra controrivoluzione dai tanti volti. I legittimisti borbonici, i beghini nemici dei Lumi, la plebe. Tutti uniti per abbattere l’utopismo settario, l’ossessione ideologica del bene comune. Allo stesso modo, oggi i tanti segmenti della rivolta si accaniscono sulle piste ciclabili e le zone a traffico limitato, il feticcio dell’America’s cup, quel mondo extralusso che invade una metropoli sempre più povera. E nel tritacarne ci mettono la sparata illusionista sul quartiere a luci rosse e perfino i viaggi via mare dei rifiuti, spediti in Olanda, per non tornare a tracimare nelle strade. De Magistris resiste assediato nel fortino, non si sa fino a quando, e si rifugia nel mondo onirico dei social network, dove tutto è più ovattato, anche gli insulti. Fuori, Napoli ribolle della solita rabbia cieca e inconcludente.
Gianmaria Roberti

Andrea Manzi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *