Evasione fiscale sulla pelle di tutti

Evasione fiscale sulla pelle di tutti
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

Non è una novità il forte legame che intercorre tra evasione, corruzione e criminalità. Pertanto, verrebbe quasi da dire che la relazione appena inviata dal ministero dell’Economia al Parlamento, nella quale si rimarca tale nesso, scopra l’acqua calda. Non appare però scontata la prospettiva che il dicastero dell’Economia traccia per il prossimo futuro, al fine di apporre un correttivo all’attuale corso: è necessario d’ora in avanti, sostengono in via XX Settembre, chiudere con le sanatorie (80 nella storia dell’Italia unita) e con i condoni, che minano la credibilità dello Stato e costituiscono un formidabile incentivo per gli evasori. Il mancato pagamento delle tasse, si sa, è un male assoluto per l’economia perché ricade sulla collettività, impedendo la realizzazione di un mercato concorrenziale, alimentando corruttele di vario tipo e allargando l’area grigia della pubblica amministrazione nella quale ristagnano parassiti spesso collusi con i clan. Il dato più grave, in periodi di crisi come l’attuale, è però la iniquità sociale che deriva dall’evasione: il fenomeno porta all’inasprimento della pressione fiscale per i cittadini adempienti, cioè per quanti mantengono fede ai loro doveri. L’evasore, detto in due parole, “trae vantaggio dall’onestà altrui”, osserva il ministero dell’Economia. E il patto di lealtà e cooperazione tra Stato e cittadini viene travolto dal tax gap, che è la differenza tra quanto dovrebbe essere versato e quanto, in misura molto minore, affluisce nelle casse pubbliche. Una differenza di circa 91 miliardi, cifra cinque volte superiore a quella che lo Stato deve reperire per la prossima legge di Stabilità.

Si potrebbe dire che, dal punto di vista meramente quantitativo, la riduzione dell’evasione sanerebbe i conti pubblici in maniera definitiva. Purtroppo, però, si tratta di un fenomeno complesso, che sta mutando significativamente per aree geografiche e, una volta tanto, stando alle cifre, il Mezzogiorno recupererebbe in termini di senso civico e di legalità. Considerando anche Iva, Ires, Irpef e Irap, l’evasione si attesta per il 52 per cento al Nord, per il 26 al Centro e per il 22 al Sud. Ma c’è di più. La relazione dell’Economia ha accertato che, nei periodi 2001-2006 e 2007-2012, l’evasione è calata di 11,5 miliardi nel Nord Ovest e del 5,7 per cento al Sud. È invece aumentata dell’8,41 per cento nel Nord Est e del 7 al Centro. Dicevamo che il Mezzogiorno recupererebbe (si sottolinea il condizionale) in termini di legalità, perché non è chiaro se a sud di Roma siano diminuite le violazioni di legge o se siano minori e meno puntuali i controlli. Dal 94 per cento degli accertamenti nazionali emergono irregolarità, ed anche qui il dato centralizzato si presta a una doppia lettura: illegalità diffusa, ma anche efficacia complessiva dei controlli.

Sarebbe importante far interagire i dati dell’evasione con le cifre del fatturato illegale, al fine di scoprire altri nessi e più mirate direttrici di analisi. Nel Sud le produzioni clandestine e tutte le attività sottotraccia alimentano il mercato del lavoro abusivo e procurano gravissimi danni all’ambiente con scarichi non tracciati e inquinamenti delle acque e dell’aria. Potrebbe essere un percorso interessante, questo delle indagini incrociate evasione-produzioni illegali, per rimpinguare le casse pubbliche e al tempo stesso liberare il mercato da presenze che impediscono la concorrenza e le libere iniziative economiche.

La magistratura deve darci sotto senza attese e prudenze esasperate. Molte violazioni sono sotto i nostri occhi e pertanto occorre fare presto. Appelli, promesse pubbliche e conferenze stampa dei procuratori davvero non servono, sono riti mediatici stanchi e inconcludenti. Don Luigi Ciotti, qualche anno fa, disse: “La prima mafia da combattere è quella delle parole. La legalità è diventata una bandiera, perciò io ho sostituito la parola legalità con responsabilità”.

redazioneIconfronti