Exploit del vino solo in Campania, ma va potenziato il marketing

di Barbara Ruggiero

Cinque per cento di produzione in più del vino in Campania rispetto alla scorsa stagione.
Un dato in netta controtendenza rispetto alle cifre di tutte le regioni italiane che, per la vendemmia del 2012, registrano una flessione produttiva rispetto agli scorsi anni.
Questa notizia e lo stato della produzione e vendita dei vini campani sono argomento di una chiacchierata con Ferdinando Cappuccio (foto), da poco rieletto a capo dell’Associazione Enoteca Provinciale di Salerno. Ufficializzata nei giorni scorsi anche la nuova compagine direttiva dell’Associazione, composta, oltre che dal presidente Cappuccio, anche dal vicepresidente Andrea Ferraioli, da Francesco D’Amico, Innocenzo Orlando, Luigi Reale e Paolo Verrone.
Dottor Cappuccio, la produzione vinicola del 2012 sembra nettamente in favore della Campania, unica regione a non registrare una flessione produttiva rispetto agli scorsi anni.
Nel 2012 si parla di 39mila ettolitri di vino come quantità complessiva prodotta in Italia. Si registra di sicuro una riduzione della produzione generalizzata per tutte le regioni, principalmente a causa degli aspetti climatici. Ma bisogna stare tranquilli: anche se la quantità di vino diminuisce di anno in anno, il vino di qualità resta inalterato nelle quantità complessive.
Il dato campano parla di un’inversione di tendenza rispetto al dato nazionale: la produzione campana è superiore del 5% rispetto a quella dello scorso anno. Io dico sempre che il vino è il trade union dell’Italia: accomuna tutte le regioni. Pensiamo solo alle quantità di vino prodotte in Friuli o in Veneto che sono anche superiori a quelle dell’Italia meridionale…
Pensiamo ai vini campani. Il nostro territorio sa “vendere” i suoi prodotti vinicoli?
In senso letterale dico che tutti i territori sanno vendere i propri prodotti. Se dobbiamo riflettere, dico che si potrebbero sfruttare meglio le proprie peculiarità. Potremmo pensare a fare meglio, come per esempio azioni di marketing e promozione del vino del territorio. Quando uno riesce a immedesimare il vino con il territorio può dire di essere riuscito nell’impresa di saper vendere il proprio prodotto. Per esempio, il vino della Costiera amalfitana deve evocare gli stessi colori e odori della Costiera sia se lo bevo in un terrazzo sul mare sia se lo porto a casa, al rientro dalle vacanze. Se anche a casa, bevendo un bicchiere di vino della Costiera sento gli stessi sapori e odori, vuol dire che il binomio territorio/vino funziona.
Quindi, secondo lei, il vino può essere una delle strade per il rilancio dell’economia locale?
È importante capire che vino e territorio viaggiano nella stessa direzione. Certo, se ci pensiamo, ci sono delle occasioni perse. Anticamente il territorio campano era quello maggiormente votato al vino. Se prendiamo autori latini si parlava di noi come vigna felix: eravamo le zone di produzione del vino per eccellenza che poi veniva portato a Roma. Mediaticamente questa cosa non è stata sfruttata. Ci fu tempo fa uno slogan simile lanciato dalla Regione Campania ma non sostenuta seriamente anche sui mercati esteri. Noi in certi casi, all’estero, abbiamo anche difficoltà a far capire dove si trova Salerno…
E allora come si vende all’estero? Chi compra i nostri prodotti?
Per il mercato italiano è semplice: la Campania è collocata alla stregua delle altre regioni. Si fanno discorsi sul singolo vino e contano molto le recensioni dei giornalisti e degli addetti ai lavori.
All’estero, nei mercati europei, l’inserimento esiste soprattutto per le singole aziende. Se un’azienda vale e fa le sue azioni di marketing, può sperare di vendere il proprio prodotto.
Il problema serio c’è con il mercato dei Paesi terzi e con questi io intendo, per esempio, Cina, Canada, Brasile. Lì ci sono delle difficoltà obiettive legate al fatto che i vini salernitani non sono prodotti in grandi quantità: nell’esportazione soffrono per questo motivo. Poi pensiamo che andare in Brasile e parlare di Salerno non è proprio facile. Lì conoscono Roma, Napoli e noi siamo identificati spesso con la Costiera Amalfitana; ma è una identificazione prevalentemente turistica. Sull’estero va fatto un discorso di marketing. Non abbiamo grandi quantità di vini ma abbiamo dei vini che funzionano in un mercato maturo. E la conoscenza del territorio e il turismo territoriale è fondamentale anche per vendere il vino.
Occorre che i salernitani si riapproprino della consapevolezza di avere un buon vino che non costa molto. In Toscana, nei ristoranti, servono sempre il Chianti; a noi, se va bene, ci portano la Falanghina. Non abbiamo una coscienza maturata del vino provinciale. E questa coscienza deve maturare nei cittadini salernitani.
Insomma, ci orientiamo al marketing territoriale?
Il turismo enogastronomico che stiamo scoprendo da poco è una chiave fortissima in altre regioni del territorio. Noi paghiamo un gap importante: siamo partiti più tardi rispetto a tutte le altre regioni. Questo lo paghiamo; ma man mano stiamo cercando di risalire. Il motivo per cui nasce l’enoteca è anche quello di dare un sostegno ulteriore alle aziende, visto che sono piccole.
Altre soluzioni per promuovere il vino locale?
La dieta mediterranea rappresenta un’opportunità, anche se in questo momento c’è mancanza di identificazione precisa tra le nostre zone e questo tipo di dieta, che è nata dall’osservazione dell’alimentazione dei contadini del Cilento. Il vino non è contemplato molte volte quando i medici propongono la piramide degli alimenti perché qualcuno pensa sempre che fa male. Ma, come tutte le cose, fa male se si esagera. Un bicchiere di vino è stato sempre presente sulle tavole di coloro che nel Cilento campano cento anni. Io sostengo che il vino debba entrare di diritto nella dieta mediterranea.

 

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