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Facciamo un teatro utile per i giovani assetati d’utopia

Facciamo un teatro utile per i giovani assetati d’utopia
di Pasquale de Cristofaro

Quando un teatro può dirsi veramente all’altezza dei suoi tempi? La mia risposta è, mai. Il teatro dovrebbe essere sempre un po’ più avanti e, al tempo stesso, un po’ più indietro di come gira il mondo. Il teatro è una terra di mezzo, una soglia su cui danzano ombre che, nel bagliore della luce, bruscamente scompaiono. “Chi è là”, gridano le guardie sugli spalti di Elsinore mentre la luce dell’alba rende ancora più vana l’ombra dello spettro di Amleto padre. Ci sono teatri che invecchiano, teatri che vivacchiano a stento tra la noia montante, altri modaioli che infastidiscono, pochi, quelli necessari. Non c’è sperimentazione o ricerca che tenga. Quando è necessario, il teatro è un atto doloroso che matura tra due insoddisfazioni: quella dell’attore e quella dell’autore. Perché il teatro vero non accade come ingenuamente si crede, sulla scena. Dentro il perimetro del palcoscenico si agitano vanamente gli attori. Essi producono “tanto rumore per nulla”, mi verrebbe da dire. Attore, ovvero colui che agisce. Oserei dire che l’attore è “colui che crede di agire”; in realtà è agito. È agito dall’immaginazione dello spettatore che nel buio della sala e dietro il sipario delle sue palpebre mette in scena “lo spettacolo”. L’unico vero spettacolo che realmente accade, è lì, in quello spazio corto che va dai suoi occhi alle palpebre. Uno spazio corto che in realtà è infinito. Noi, poveri effimeri “che in un giorno tramontano”, abbiamo bisogno di proiettare lì fuori la nostra fragilità. Se è vero questo, allora non è provinciale rivendicare qualcosa che poteva essere tuo e non è stato. Questo è insignificante; appartiene alla miseria delle nostre esistenze. Si tratta piuttosto di gridare al mondo intero che il teatro o cambia la vita o è meglio riporlo tra le cose inutili. Un belletto o, peggio ancora, una cerimonia per i “soliti noti”, i garantiti di sempre che giocano con il teatro come un qualsiasi altro trastullo. Mi piacerebbe credere che sia, invece, ancora utile per i giovani assetati d’utopia, per i miseri che hanno poco, per gli ultimi, i senza reddito, gli immigrati, le donne e gli uomini che hanno ancora passione per la vita. Purtroppo, però, nelle sale quest’ultimi non ci sono quasi mai.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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