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Facebook e la dannazione di esistere nell’irrealtà

Facebook e la dannazione di esistere nell’irrealtà
di Rosaria Fortuna

Vivere senza Fb per molti, oggi, sarebbe peggio di una condanna. Da quando il telefono è diventato un telecomando, telecomando che ci consente di entrare nelle vite degli altri, senza metterci in gioco, i social, e Fb su tutti, sono diventati il modo più semplice per avere tante vite a disposizione, senza modificare l’andamento dell’unica vita reale che ci è toccata in sorte. Se nella realtà nessuno ci vede, su Fb basta una foto di tre quarti, con il filtro e la luce giusti, per risolvere qualsiasi trauma legato all’accettazione di noi stessi. Più la foto è distante dalla nostra immagine reale, e più i “mi piace” fioccano, al punto da convincere noi stessi che quella figurina abbandonata al suo destino, nel grande mondo della spazzatura online, ce la farà a sopravvivere anche alla nostra difficoltà di vivere, e ci regalerà una forza tale da renderci invincibili.

Quante volte vi sarà capitato di incontrare per strada uomini e donne che su Fb sembrano la quintessenza della bellezza e della femminilità ma che dal vivo rimandano ad altro. Come a tutti sarà capitato l’amico/a sensibile ed affettuoso/a su Fb, amico/a che nella realtà poi è fatto di tutt’altra pasta. È ormai un fatto che esista per ognuno una vita virtuale, totalmente scollegata da quella reale, e che tale deve rimanere. Un modo per mettersi al riparo della vita stessa, e per poter ricevere attenzioni da chiunque. Una sorta di accattonaggio affettivo perenne in cui pupazzi, citazioni casuali, catene di Sant’Antonio, ricette di cucina e foto di viaggi si sovrappongono senza soluzione di continuità, al punto da segnare vite che diversamente scorrerebbero su binari collaudati di noia e umana sopportazione. Praticamente la famosa stanza tutta per sé di Virginia Woolf è diventata un’esigenza mondiale, al punto da far lucrare le società di comunicazione. È giusto? È sbagliato? Se partiamo dal presupposto che chiunque può entrare in contatto con chiunque, grazie agli algoritmi di Fb e alla agenda degli amici di ognuno, direi proprio che è sbagliato. Anche in un sistema globalizzato e democratico, difficilmente, è possibile scambiare informazioni con tutti allo stesso modo. Semplicemente perché ci sono livelli diversi di prossimità umana, livelli che i social rendono ancora più invalicabili, anche se si tende a credere il contrario.

Utilizzare un sistema di comunicazione rapido e globale è un lavoro, non solo un modo per evadere. Vi invito a fare questo piccolo test. Se provate ad inviare dieci messaggi uguali e neutri, ad esempio un messaggio di auguri, a dieci persone differenti, otterrete risposte più o meno uguali ma in tempi differenti, a secondo della prossimità che avete con il destinatario del messaggio. Non è tanto il contenuto del messaggio a variare ma il tempo che l’altro/a si prenderà per rispondere. Questo dimostra, che come accade nella realtà, più si è in sintonia e più rapidamente si abbattono le barriere. E quindi non è possibile abbattere le barriere solo perché si è amici casualmente su Fb. Infatti se farete il test scoprirete che il 60% delle persone a cui avrete inviato il messaggio, quelle a voi più prossime, vi risponderà immediatamente, il 30% si prenderà del tempo, non essendo a voi prossimo, inizierà a chiedersi il perché del vostro messaggio, qualcuno si sentirà minacciato perché state entrando nella sua zona confort, qualche altro proprio non è abituato ad avere rapporti paritari con chiunque, e quindi si prenderà del tempo per rispondervi senza essere eccessivamente amichevole, e poi ci sarà un 10% di persone che per le ragioni più varie, ragioni che vanno dalla mancanza di tempo, alla necessità di riflettere e via di questo passo, che vi risponderà dopo ore. Questo impone una riflessione: se siamo disposti ad essere amici di chiunque, a costo di essere umanamente ignorati, ci possiamo indignare perché i nostri dati vengono utilizzati per condizionare i nostri comportamenti? Quali comportamenti? Quelli nella nostra vita virtuale o quelli nella nostra vita reale? Se siamo disposti a raccontarci a qualsiasi estraneo, estraneo che talvolta nemmeno ha interesse a comprenderci per davvero, cosa cambia se diventiamo oggetto di studio per la società dei consumi, visto che usufruiamo di uno spazio in cui ci vendiamo per quello che non siamo, ad un numero imprecisato di altri esseri umani, che poi nella vita di tutti i giorni nemmeno guarderemmo. E non è questo il vero dramma e il più grande problema della  ferita narcisistica, ché prendersela con chi ci rivende al miglior offerente non è altro che la stessa cosa che facciamo già da soli, convinti come siamo di poter trovare esseri umani più luccicanti e nuovi come si fa con i beni di consumo sui cataloghi. Tutto questo senza sforzo e senza spostarci dalla nostra cucina, dal nostro tinello, dal nostro bagno, luoghi totalmente uguali a quelli di chiunque altro, anche se poi non è così.  Ma in fondo chi se ne accorgerà che non è così? Nemmeno le società che acquistano i nostri dati.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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