Falsa modernità delle archistar

Falsa modernità delle archistar
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

Salerno si allontana sempre di più dal centro (virtuale) del mondo nel quale l’aveva insediata, con sapienti rappresentazioni, la politica dell’ultimo ventennio. A colpi di annunci roboanti e di ostentata onnipotenza, la città aveva guadagnato per anni una posizione geocentrica. Laboratorio mondiale di urbanistica, attrattrice di attenzioni planetarie, animatrice di strategie anticicliche, oltre che modello di politiche virtuose: così ha declamato con piglio primattoriale la voce del padrone, che un ossessivo fiancheggiamento mediatico ha amplificato urbe et orbi. Si tratta di proclami che fanno a pugni con la realtà dei fatti e del mondo. Di un mondo oggi in veloce evoluzione, la cui identità è alterata dalla crescita abnorme delle città. Già Italo Insolera, uno dei padri dell’urbanistica, scomparso circa due anni fa, qualche mese prima di salutare il mondo, rivolse alla scienza che dovrebbe regolare l’evoluzione urbana l’appello “a recuperare la linfa vitale”, rilevando che essa, trasformatasi ormai in “figlia dell’architettura”, è pietosamente ridotta a pura forma “e diventa il paradiso delle archistar”. Mirabolanti invenzioni, diceva Insolera, vengono messe in campo badando al singolo progetto più che al disegno complessivo, con il risultato di affidare la direzione della vita urbana ai soli interessi dell’edilizia, con gli abitanti costretti a subire tali imposizioni come preteso prezzo della modernità. Eppure tali operazioni di cementificazione si sono svolte nel periodo in cui le città, e Salerno è fra queste, hanno perduto eserciti di residenti. Ne è derivato uno spreco imperdonabile di denaro e di terreni e a goderne (letteralmente) sono state le imprese privare, non certo i servizi comuni fermi allo stato di decenni prima.

Quale modernità, dunque? Quella delle archistar, si insiste. Ma come è possibile che questo punto venga ribadito con tenace caparbietà? Anche l’imbonitore supremo, se ne esiste uno, dovrebbe rimodulare il suo datato registro. Qualche anno fa il premio Pritzker (il Nobel dell’architettura) fu assegnato con sorpresa al portoghese Eduardo Souto de Moura, per aver saputo bandire dalle sue progettazioni “l’ovvio, il frivolo e il pittoresco”. Una rivoluzione. I giurati con quella scelta affermarono che il modello vincente di archistar era appunto l’anti-archistar. Essendosi formato negli anni successivi alla rivoluzione dei garofani, Souto affermò che del trendy egli non sapeva che farsene, perché servono scuole, ospedali e case. Il presidente Obama annuì e gli strinse la mano. Urge in urbanistica, questa la sua lezione, il recupero di un “vecchio modernismo” da applicare con libertà di idee. Ma vi sono idee libere, chiediamo, se un popolo di faccendieri – appartenente alla falange dell’edilismo pragmatico e corrotto dei nostri giorni – preme alle porte delle istituzioni per far quattrini? Le recenti cronache giudiziarie, familiari e politiche (e Salerno compete con il più corrotto Belpaese) sono ricche di spunti e inducono a riflettere sui meccanismi che, per antichi appetiti, infettano le istituzioni. Accadde a Roma, un po’ di anni fa, con le speculazioni della Società Generale Immobiliare, e tuttora accade al riparo della faccia più scura di San Matteo, dove è all’opera un ceto spregiudicato. Si tratta di individui che ormai “dirigono” la città in base a utilità che stringono, in un abbraccio soffocante, le speculazioni edilizie con la redditività fondiaria ritenuta prioritaria e indispensabile per fare politica. Questo ceto burocratizzato e affrancato da controlli istituzionali e politici, a causa dell’evaporazione della dignità pubblica, ha sostituito i vecchi partiti, che una pallida idea di urbanistica pur avevano. Invece, in altri paesi d’Europa, ricordava Insolera, “il criterio prevalente continua ad essere l’acquisto da parte delle amministrazioni dei terreni e la cessione ai privati del diritto a costruire: in questo modo architettura e urbanistica viaggeranno di concerto e anche le archistar si sottopongono a queste regole.” Ma Salerno offre le incompiute meraviglie di un progetto sul quale gli accertamenti giudiziari lanciano inquietanti bagliori. Verrebbe a questo punto da chiedersi se la connotazione di “modernità” di cui si è fregiato il ventennio ultimo sia una parentesi di razionalità o non riporti piuttosto al significato originario del termine, che fu utilizzato in principio dal grande poeta decadente Baudelaire per indicare la suggestiva e improduttiva pratica dell’effimero sperimentata nelle “bertoldine” città del suo tempo.

(I Confronti / Le Cronache del Salernitano)

 

 

(www.iconfronti.it)

redazioneIconfronti

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