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Fede & Legalità / Via i camorristi dalle processioni

Fede & Legalità / Via i camorristi dalle processioni
di don Aniello Manganiello
Don Aniello Manganiello

Don Aniello Manganiello

Dev’essere stata davvero dura per monsignor Luigi Renzo, vescovo di Mileto, accettare la decisione del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica di affidare il trasporto in spalla delle statue della Madonna e del Cristo Risorto ai volontari della Protezione civile. Togliere alla chiesa la libertà di determinare le fasi e le modalità di una manifestazione di fede, considerata una “classica” del Meridione, non è cosa piacevole, per cui non dovrebbe stupire più di tanto la decisione del vescovo di annullarla pur di non accettare l’imposizione. L’Affruntata, infatti, è una delle sacre rappresentazioni più seguite e studiate anche dal punto di vista antropologico e un “commissariamento” da parte delle autorità civili suona come una delegittimazione su un terreno, quello del magistero ecclesiastico, dove non è tanto facile recuperare il terreno perduto, una volta che lo stesso viene espropriato a chi dovrebbe coltivarlo.

Detto questo, però, è doveroso chiedersi come mai sia ancora possibile che la chiesa calabrese non vigili sulle adesioni dei portatori alla processione, consentendo addirittura che tra i nomi da sorteggiare sia inserito un personaggio secondo i carabinieri legato alla temibile criminalità del luogo. Le manifestazioni religiose, anche quelle più popolari come l’Affruntata, non possono muoversi in una zona grigia, non devono insistere su territori che la criminalità coltiva e alimenta per conferire autorità, direi quasi sacralità, alle sue perverse manifestazioni pubbliche. Su alcuni equivoci, su alcune improprie e improvvide identificazioni, le mafie hanno costruito monumenti di ipocrisia, ingenerando la convinzione, diffusissima in alcuni contesti, che la illegalità possa avere una base di consenso e di approvazione sacra.

Tre anni fa circa conducemmo una battaglia aspra contro una festa, quella dei Gigli di Nola, che in Campania è considerata intoccabile. Alcuni indicatori sensibili ci facevano ritenere che dietro di essa vi fossero strategie di protagonismo criminale che legavano con una profonda sottocultura, purtroppo condivisa anche da uomini di chiesa. Fummo investiti con critiche e invettive. Contro di noi furono spese parole analoghe a quelle rivolte dal vescovo di Mileto al Comitato per l’ordine e la sicurezza di Vibo Valentia. Vietare la festa dei Gigli, si disse, sarebbe stata una follia perché avrebbe fatto considerare terra di camorra tutta l’area del Nolano. Qualche tempo dopo, la magistratura trovò le prove di infiltrazioni criminali e ordinò di distruggere pubblicamente, cioè sul posto, sotto gli occhi esterrefatti dei fedeli di Barra, il Giglio denominato l’Insuperabile, tra i più apprezzati nella “sfilata” di Nola e in quelle degli altri centri dell’hinterland, che ripropongono, in edizione riveduta e corretta, la singolare processione. L’Insuperabile, si apprese, era finanziato dal clan dei Cuccaro (egemone nella zona) con i proventi del pizzo pagato dai commercianti. A quel punto, ma soltanto allora, ottenemmo qualche ascolto e timidi apprezzamenti postumi. Nei giorni in cui lanciammo il nostro allarme con il blog I Confronti (Rizzo e Stella sul Corriere della Sera dedicarono una pagina intera alla coraggiosa iniziativa della testata online che era stata appena fondata da Andrea Manzi) vi furono intorno a noi (anzi, contro di noi) silenzio, diffidenza e criptici distinguo anche di vescovi e sacerdoti. La chiesa sulla legalità, però, non può né deve essere equivoca e, soprattutto nel Meridione, non è il caso che giochi sugli equivoci. Nel 1990, il discorso di Papa Wojtyla a Capodimonte aprì un nuovo fronte, che consentì ai vescovi di scrivere il documento “Educare alla legalità” sul loro futuro impegno civile. Si affermò che l’impegno del cristiano non può riguardare principi generali, ma deve entrare nella storia affrontandone la complessità, con il fine di attuare i principi evangelici, a partire dalla libertà e dalla giustizia. Perciò, anche le manifestazioni di pubblica fede devono essere liberate da ipoteche d’altro tipo, mafiose e non solo. A Salerno, per esempio, il vescovo Moretti sta operando per liberare la storica processione di San Matteo da implicazioni e retoriche istituzional-politiche che l’hanno trasformata in altro da sé, deformandola. Il problema, quindi, è di cultura anche per  la chiesa ed è su questo fronte che il nostro impegno deve diventare combattivo e vigile. Il giudice Caponnetto diceva che la mafia teme più la cultura che la giustizia, ed è vero. La chiesa (di strada, di frontiera, quella per intenderci che lotta per la legalità ad ogni livello) tolga pertanto l’erba sotto i piedi alla cultura mafiosa.

(www.iconfronti.it)

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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