Fedeli alla Parola. E solo per puro spirito di servizio

Fedeli alla Parola. E solo per puro spirito di servizio
di Michele Santangelo

af6038056f6231c664e3ef073c45af10_LA leggere i giornali, ascoltare certi talk show televisivi a confine tra la politica, l’economia, la morale, l’attualità, la storia, la religione, la filosofia, e chi più ne ha ne metta, si ingenera l’ idea che oggi si stia vivendo a tutte le latitudini il peggiore dei mondi possibili; convinzione che sia pure esagerata, non si può dire che non abbia alcun riscontro nella realtà. Le reazioni sono veramente molteplici. Si passa da quelli che sottovalutano il tutto pensando che si tratti di una situazione temporanea: “Ha da passà ‘a nuttatadi eduardiana memoria in “Napoli milionaria”, a quelli che pensano di avere in mano la soluzione che, guarda caso, passa sempre attraverso la demolizione o confutazione delle soluzioni pensate da altri, oppure quelli che si perdono in mille analisi più o meno dotte, volte all’individuazione delle cause. Alla fine il tutto si risolve in un esercizio intellettualistico che a nulla porta, cioè, come si suole dire, un semplice “parlarsi addosso”. Unico riscontro concreto: il dilagare della sfiducia, sentimento che tende ad allargarsi a macchia d’olio, coinvolgendo un po’ tutti e che domina anche fra le mura domestiche, portando il nucleo familiare a rinchiudersi spesso in un disperato egoismo, da cui deriva poi un pericoloso inaridimento dello spirito, povertà di sentimenti, chiusura nei confronti dei bisogni degli altri con un ripiegamento esasperato sui propri. In tal modo la serenità, la gioia dello stare insieme con spirito di partecipazione emotiva a pratica alla gioia e felicità degli altri, ma anche alle loro sofferenze svaniscono. Le migliaia di anni di storia dell’umanità dovrebbero insegnare che la salvezza del mondo a tutti i livelli non è nelle mani dell’uomo, soprattutto se questo immagina di poterla conseguire fidando esclusivamente sulle proprie forze o sulle proprie conquiste, sia pure mirabolanti come appaiono tante di quelle oggi alla portata di tutti. Gli uomini, ripiegati solo sulla propria esistenza, rimangono pur sempre capaci di attrezzarsi al meglio, ed è solo un esempio, per un’efficienza sempre più grande anche nei mezzi di distruzione di massa. Quanto più essi si convinceranno di essere tutti parte di un progetto universale di salvezza concepito da Dio, nel quale ciascuno ha il suo ruolo, perfino il malato, il disabile, i più sfortunati, tanto più il cuore può aprirsi alla fiducia. Una grande lezione, in tal senso, ci viene proprio dai brani di Scrittura che si leggono nella liturgia di questa V domenica del tempo ordinario. Isaia, dopo avere constatato che anche lui era stato oggetto della misericordia di Dio, di fronte alla domanda del suo Signore: “Chi manderò, chi sarà mio messaggero?” egli stesso si propone: “Eccomi, manda me”; San Paolo afferma di sé: “Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli”, tuttavia riconosce: “Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana” e S. Pietro, dopo aver faticato tutta la notte invano, senza pescare nulla, a Gesù che lo invitava a riporre le reti risponde: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”. La folla era accorsa sulle sponde del lago per ascoltare dalla bocca di Gesù la Parola di Dio non per assistere alla pesca miracolosa, “la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio”, testimonia l’evangelista Luca, e non guidata da sentimenti primitivi, come non è guidata da sentimenti primitivi quando accorre oggi a venerare il corpo di un Santo, e a cercare una risposta che dia finalmente senso alla propria vita, quel senso che i tanti ragionamenti, anche finissimi intellettualmente, non sono stati capaci di conferire. Un filosofo, per quanto bravo, non è depositario della verità, ma deve avvertirsi come un sincero, umile, appassionato e, nel contempo, spassionato ricercatore di essa, a meno di non rivendicare a sé o a ciò che egli afferma quella fede che milioni di persone dotate di quella stessa ragione in nome della quale egli parla e scrive, accordano a tutt’altra Parola. Si fa riferimento a quella Parola, sulla cui fedeltà molti di quelli che le hanno creduto non hanno costruito la propria fortuna, ma la corona del martirio o la capacità di operare dei miracoli, il cui effetto non è quello di “far regredire le menti e contaminare la purezza di una fede”, ma quello “di far conoscere la sua (di Cristo) divina virtù ordinata alla salvezza degli uomini” (S. Tommaso D’Aquino), filosofo a sua volta. Sono miracoli, oltre quelli di Padre Pio, anche quelli riservati a migliaia di persone, come quelli operati da Madre Teresa di Calcutta, da S. Giovanni Bosco, da S. Giuseppe Cottolengo, da Charle de Foucold e, per rimanere nel contemporaneo, Don Gelmini, Don Gnocchi, Bartolo Longo, mons. Bello, Martin Luther King, e centinaia e centinaia di altri che sempre per la fedeltà a quella Parola si sono fatti tutto per tutti, spesso nel nascondimento, senza andare alla ricerca di tornaconti non dico materiali, ma nemmeno di semplice notorietà e solo per servizio a Cristo e ai fratelli.

 

redazioneIconfronti

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