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Fenomeni alluvionali evitabili se solo ne avessimo memoria

Fenomeni alluvionali evitabili se solo ne avessimo memoria
di Carmelo Currò

La memoria è corta, eppure anche i dati più elementari parlano chiaro: l’Italia costituisce un’area geografica molto vasta su cui tempeste, alluvioni, inondazioni e frane si abbattono frequentemente investendo territori in costante pericolo; ma in particolare territori dissestati dagli interventi o dall’incuria umana. La memoria è corta, ed è per questo che i vecchi sembra non ricordino più niente, la gente si dilunga su ipotetici cambiamenti del clima e delle stagioni, i politici continuano a ignorare le vicende del proprio territorio. Gli ultimi avvenimenti della Sicilia, della Liguria e di Massa mettono a nudo solo per qualche settimana la cronaca impietosa di piogge a volte neppure eccezionali e che tuttavia sono in grado di provocare dissesti e crolli apparsi come eventi di inaudita violenza.
La memoria è corta, e non si accorge che ottobre e novembre sono da che esiste il mondo, i mesi più piovosi dell’anno. Che dunque gran parte dei fenomeni alluvionali si formano per lo più nel corso di precisi periodi; che essi colpiscono le stesse zone, come avviene per il terremoto; che alcune aree facilmente individuabili sono a rischio per il disboscamento, la cementificazione, la mancata manutenzione. Di tombino si muore, ho detto più volte constatando che vittime e danni sono spesso provocati da un fattore negativo che sarebbe stato di facilissima ed economica soluzione, come la mancata pulizia delle fognature, degli scarichi, dei sottopassi, dei fossi, dei greti dei ruscelli: ossia di quei potenziali veicoli dell’acqua che attraversano la nostre città e i nostri paesi, incrociando strade, cortili, palazzi condominiali.
Su ventidue principali fenomeni catalogati per grandi linee su internet, fra il settembre 2000 e il novembre 2012, 6 si sono verificati fra il 1 e il 22 novembre, provocando 20 morti; 6 fra il 1 e il 25 ottobre, provocando 91 fra morti e dispersi; e hanno colpito prevalentemente  la Liguria, il Piemonte, la Campania, la Sicilia. Su 30 altri eventi catalogati fra il 1948 e il 1998, 7 avvengono in ottobre (con 406 vittime cui si possono aggiungere le circa 2.000 per il disastro del Vajont) e 10 in novembre (210 morti), avendo come regioni epicentrali la Liguria, la Campania, la Calabria, il Polesine. Dunque, sarebbe in primo luogo essenziale compiere un’opera di prevenzione e manutenzione, iniziando già alla fine di agosto, dal momento che spesso anche nel mese di settembre si verificano fenomeni alluvionali di particolare gravità.
Ma il vero problema dei nostri ultimi due secoli riguarda la ripetitivitĂ  di frane e smottamenti che colpiscono quasi sempre aree, su cui sono sorti insediamenti recenti, edificati in zone a grave rischio. Se i nostri antenati non avevano mai edificato nello spazio dove è nato l’insediamento di Orvieto Scalo – ha fatto notare il geologo Mario Tozzi (Tgcom 24, 14 novembre) – vuol dire che gli antichi abitanti del luogo, con memoria e con intelligenza piĂą pronte di oggi, avevano giĂ  notato che era inutile e pericoloso costruire case a valle di possibili frane delle cui piĂą antiche si era di sicuro trasmessa notizia. A parere del geologo, esistono aree della Penisola che devono essere abbandonate senza che vi si possa mai piĂą edificare. Così, ad esempio, si dovrebbe fare per alcuni insediamenti nei pressi di Messina, piĂą volte colpiti negli ultimi anni. Del resto neppure questo è un fenomeno nuovo. Eclatante il caso di Roscigno vecchia il cui smottamento ha fatto allontanare tutti gli abitanti. Ma pochi sono quelli che sanno come in provincia di Salerno e in Basilicata esistano il ricordo e non pochi avanzi di oltre un centinaio di paesi e borghi abbandonati in varia epoca per terremoti, frane, pestilenze.
Il famoso fenomeno alluvionale che colpì Salerno tra la fine del III e l’inizio del IV secolo non fu un caso isolato. Forse nel 954, certo nel XII secolo, una terribile massa franosa liquida invase la città cadendo dal monte del castello di Arechi. Lama, lontro, canale, sono i vocaboli altomedievali che ricordano nella toponomastica locale come la città ha a che fare con acqua che si impaluda e discende lungo strade che periodicamente diventano alveo pericoloso di un torrente mortale. E specialmente la parola lavina (con la stessa etimologia di slavina), fa memoria nella parte più alta del centro di quest’acqua insidiosa che cade rovinosamente dalle pendici del monte.
Prima dell’alluvione del 1954 c’erano stati fra gli altri a Salerno i fenomeni del 1899 e del 1910. Allora era difficile uscire dai confini delle vecchie mura, abbattere case ed allargare strade, regolamentare i corsi delle acque. Oggi i mezzi tecnici, le previsioni, la manutenzione, dovrebbero costituire aiuti idonei contro il maltempo e la speculazione edilizia. Ma chi se ne frega?

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Commenti (1)

  • Salvatore Cingolo

    Tra la fine di ottobre ed i primi di novembre del 1581, nelle sole due Giffoni perirono oltre 300 persone; il Picentino ed il Prepezzano portavano impetuosamente verso valle enormi piante di noci, con l’intera chioma ed apparato radicale e pochi lo sanno. La colpa però è anche della mancanza di fondi e non solo della sottovalutazione del problema.

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