Ven. Ago 23rd, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Fenomenologia (breve) del facente finzione

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A Salerno tra assurdità politiche e paradossi 'ontologici' / di Massimiliano Amato
di Massimiliano Amato
Massimiliano Amato
Massimiliano Amato

L’incipit di questo articolo dovrebbe essere “Non tutti se ne sono accorti, ma dallo scorso mese di giugno la città di Salerno ha un nuovo sindaco”. E, in effetti, un Classico avrebbe cominciato così. Solo che non è vero che non ce ne siamo accorti. Lo sappiamo, eccome, che c’è un nuovo sindaco. Ma nel caso di Enzo Napoli siamo di fronte a un gigantesco, profondissimo, imperscrutabile problema ontologico: egli, infatti, c’è ma non esiste. Ribaltando l’immortale paradigma della filosofia eleatica dal quale Popper fa discendere i precordi del pensiero occidentale, pensando a lui siamo costretti nostro malgrado a galleggiare pericolosamente tra la presa d’atto della non esistenza dell’essere e l’inquietante constatazione dell’esistenza del non essere. D’altro canto, la conditio sine qua non perché egli faccia il sindaco è che mai si illuda di esserlo diventato. Guai se un giorno dovesse malauguratamente maturare una tale, sciagurata, convinzione: violerebbe il patto stipulato con il suo (o i suoi) dante causa. Si dirà: ma allora la questione è più semplice di come sembra. Trattasi dell’eterno ritorno del sempre uguale o, giusto per pagar dazio ai Classici, di una storia vecchia quanto il cucco: anche Caligola nominò senatore il suo cavallo, e nessuno mai è arrivato a scomodare Parmenide per spiegarla. Ma, a pensarla così, commetteremmo un grave, inemendabile, errore di presunzione. Non va dato per scontato infatti che il superbo esemplare della razza equina elevato alla dignità senatoriale dal suo padrone più di duemila anni fa non abbia mai preso contezza del laticlavio inopinatamente assegnatogli. Mentre è praticamente certo che Napoli giammai acquisirà coscienza del proprio ruolo, pena la perdita repentina del ruolo stesso. D’altronde, questa sua esperienza, più che da un processo di selezione democratica, non nasce né da una bizzarra applicazione del principio del libero arbitrio né da un kantiano atto di volontà, ma da una semplice, elementarissima, allitterazione. In particolare, il cambio di vocale col quale si è prodotto il passaggio da uno status all’altro: da facente funzione a facente finzione. Lui non se n’è accorto (come, d’altro canto, di tutto il resto) ma, a parte la forma, non è cambiato assolutamente nulla. C’è, ma non esiste. Se fosse un quadro, sarebbe un ritratto di Magritte, il pittore che disegnava uomini senza volto in bombetta, giacca e cravatta. A raffigurarlo, basta una fascia tricolore sospesa nel vuoto. Dove il vuoto è anche una metafora attendibile dello stato della democrazia a Salerno. Se fosse il personaggio di un libro, sarebbe il cavaliere del terzo e conclusivo volume della trilogia dei nostri antenati di Calvino: “Dico a voi, ehi, paladino! (…) Com’è che non mostrate la faccia al vostro re? (…) Perché io non esisto, sire. – O questa poi! – esclamò l’imperatore. – Adesso ci abbiamo in forza anche un cavaliere che non esiste! Fate un po’ vedere. Agilulfo parve ancora esitare un momento, poi con mano ferma ma lenta sollevò la celata. L’elmo era vuoto. Nell’armatura bianca dall’iridescente cimiero non c’era dentro nessuno.” Se fosse una canzone, infine, sarebbe lo scrutatore non votante di Samuele Bersani: “prepara un viaggio ma non parte, pulisce casa ma non ospita, conosce i nomi delle piante, che taglia con la sega elettrica”. Non mettetegli mai uno specchio davanti. Gli effetti dello choc potrebbero risultare irreversibili.

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