Fiduciosi verso il Tabor

Fiduciosi verso il Tabor
di Michele Santangelo
Il monte Tabor
Il monte Tabor

In questo periodo dell’anno liturgico, la Quaresima, quelli che prestano  attenzione anche alle esigenze dello spirito spesso sentono ripetere che la Quaresima appunto, è tempo di purificazione, di penitenza, di preghiera, di cambiamento, tutte cose che, per la verità, il cristiano dovrebbe sempre tenere presenti e praticare. Ma si sa, le esigenze più immediate e pressanti della vita quotidiana spesso polarizzano attenzione ed energie e, di conseguenza, tutto il resto passa in secondo piano. Si dimentica che, in fondo, le due sfere della vita, quella spirituale e quella materiale, non sono poi così separate. Anzi, è certo che se ciascuno cercasse di uniformare il proprio agire, in tutti campi, nella vita individuale come in quella sociale, nello svolgere una professione, qualunque essa sia, nei rapporti familiari come in quelli di lavoro ecc., ai dettami della fede che si professa e agli insegnamenti che attraverso essa giungono nel profondo dell’animo, ogni forma di convivenza umana ne risulterebbe grandemente avvantaggiata e perfino i rapporti tra uomo e ambiente. Spesso si sente dire: “sono cristiano, ma non praticante”, e la “non pratica” è riferita alla cosiddetta pratica religiosa: l’andare in chiesa, certe pratiche di pietà o manifestazioni devozionali che sono più vicine all’ idolatria e alla superstizione che ad una vita cristiana seriamente intesa. Si pensi a certe processioni assurte agli onori della cronaca, quella nera, diventate strumento di propaganda e legittimazione di personaggi che nulla avevano a che fare con il culto a Dio e ai santi. Ben vengano, quindi, i periodi come la Quaresima, in cui la Chiesa con premura materna sottolinea ai fedeli i cardini della fede e le caratteristiche del culto veramente gradito al Signore. È tempo di purificazione, la Quaresima, si diceva prima. Come credenti siamo chiamati prima di tutto a purificare l’immagine che ci siamo fatti di Dio e il culto che noi gli rendiamo. Non basta, infatti, dire che noi crediamo. Occorre verificare anche in quale Dio noi crediamo. I brani di Sacra Scrittura di questa III domenica di quaresima possono essere un valido strumento di confronto e di verifica. In essi sono evocate tre grandi realtà: la Legge, il Tempio e la Croce; una opportunità per l’anima di riscoprire l’essenziale, o forse per tanti di scoprire di avere un’anima e prendersene cura per consentirle di percepire, finalmente, in mezzo a tante chiacchiere, la Parola, l’unica capace di indicare la strada, quella che conduce al Tabor, il monte dove è possibile contemplare il Risorto. La prima lettura contiene i cosiddetti dieci comandamenti o, come più propriamente recita la tradizione greca, le “dieci parole” che Dio, prima di inciderle sulle famose Tavole di pietra di Mosè, aveva inscritto nel cuore dell’uomo, dove purtroppo corrono anche il rischio di offuscarsi, coperte dalla fuliggine di tante idolatrie, quelle di noi stessi, dei nostri interessi effimeri, ma fuorvianti. Eppure il Signore che conosce il cuore dell’uomo, prima di pronunciarle si era presentato: “Io sono il Signore Dio tuo…Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra…Non ti prostrerai davanti a loro né li servirai”. “…E sono parole d’amore”, absit iniuria verbis, visto il contesto di provenienza dell’espressione. Può apparire riduttivo, infatti, definirle “comandamenti” o semplicemente “legge”, che come tale contiene sempre una sanzione per l’inosservanza. Le “dieci parole” che la liturgia ci ricorda oggi sono l’indicazione di un percorso verso la libertà interiore vera ed assoluta perché le ha pronunciate un Dio liberatore che ama al punto da dare il suo Figlio per le persone che ama.  E c’è un secondo elemento nella liturgia di oggi: il Tempio, quello per il quale Gesù perde la pazienza, ne caccia a scudisciate i venditori e sparge per terra il denaro dei cambiavalute. Gesto quanto meno irrituale per il Maestro di Nazareth. Ma quello era la casa del Padre ed era diventato un “luogo di mercato”. Stravolgendo il Suo tempio era stato stravolto il volto stesso di Dio che è Padre e con Lui non si mercanteggia. Infine, lo sbocco naturale della Quaresima è la Pasqua, la risurrezione, ma passando per la croce. In questo S. Paolo individua la differenza nei confronti di Giudei e Greci. Di questi, i primi chiedono i miracoli, i secondi cercano la sapienza. “Noi predichiamo Cristo Crocifisso” il segno più tangibile dell’amore di Dio.

 

redazioneIconfronti

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