Mar. Giu 25th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Filiberto Menna

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di Rino Mele
di Rino Mele
Rino Mele
Rino Mele

Una nebbia chiara. Non vedi niente, c’è una luce come quando piove d’estate e le finestre sono aperte, l’acqua invade le stanze e, nel sonno, continui a nuotare. Filiberto (morto nel 1988, critico d’arte, il più bravo lettore della bellezza che Salerno abbia avuto) con vivace indolenza mi chiede come va il mondo. Gli dico che ormai è un lento precipitare, siamo tutti a mezz’aria, verso l’alto o contro l’abisso che ci sostiene. “Adesso”, aggiungo, “stiamo per entrare in una nuova guerra, che già c’è: lo facciamo (per ora solo gli Stati Uniti, l’Inghilterra, la Francia, forse la Turchia) perché ci sembra che s’uccidano male, senza rispettare le regole”. Lui sorride ma non vedo il suo volto, sorride con la voce. Continuo a parlare, ma è come se fossi io ad ascoltare: “Sembra che ci sentiamo vivi soltanto se corriamo incontro alla morte, se straziamo il nostro vicino, colui che ci somiglia in tutto e parla perfino la nostra lingua: come nel caso dei siriani, pochi mesi e si sono scannati in un numero enorme, una folla di centomila ombre che sanguinano, Sunniti, Curdi, Sciiti, Aluiti (che sono l’etnia cui appartiene il presidente Bashar Al-Assad). Gli racconto dell’orrore di mercoledì 21 agosto. Le centinaia di bambini uccisi da Assad nella vergogna del gas nervino, a Damasco. Quando ero studente, la Siria fu unita per qualche anno all’Egitto e allo Yemen e formò la Repubblica Araba, un tentativo di pacificazione e di egemonia. Ma durò poco. Uno Stato segnato fortemente dai suoi rapporti con Israele: confinano con un reciproco dolore e non hanno parole. Filiberto era un attento storico, gli piaceva mettere chiarezza sempre in ciò che diceva, disegnarne l’ombra e la struttura. Sembrava in silenzio ma era lui che parlava, capovolgeva il senso per ritrovarsi il discorso di fronte: ora sapeva che tra i morti e i vivi non c’è nessun salto, discontinuità, differenza, stiamo tutti -ognuno coi suoi vicini- a farci del male, tagliamo la nostra pelle coi sensi di colpa, la feriamo con graffi testardi da cui nessuno si può liberare. Mi chiede di Salerno, dell’arte che vi rimane. Gli rispondo che c’è un piccolo mare come sempre, qualcuno fa i suoi ordinati tuffi, si allena, ma poca gente è presente o sta a guardare. Vuol sapere di Ugo Marano, di Pietro Lista, di Franco Longo, della sua cara rivista “Figure”, se è sempre Gelsomino D’Ambrosio ad averne graficamente cura, se ho visto recentemente Achille, Bianca. Mi chiede del padre, il vecchio sindaco che lui ostilmente tanto amava. Sto in silenzio ad ascoltare, la sua voce sembra aprire le parole, riempirle d’aria, renderle significativamente leggere.

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