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Finalmente tracce di etica nel gioco estetico del teatro

Finalmente tracce di etica nel gioco estetico del teatro
di Francesco Tozza
“Quartieri di vita” (dicembre 2016): un progetto a cura di Ruggero Cappuccio
In occasione della prossima edizione del NapoliTeatroFestival (10°)

È probabile che Ruggero Cappuccio non sia stato mai ‘un uomo di sinistra’, almeno nel significato più conformista, ormai logoro e banale, che caratterizza la vulgata in proposito; eppure si deve a lui l’iniziativa più ‘a sinistra’ che si sia registrata da noi, in ambito teatrale, nel corso degli anni sempre più cinici e angoscianti che ci sta regalando l’inizio del nuovo secolo. Fresco di nomina come direttore artistico al Napoli Teatro Festival, prima di presentare la vetrina degli spettacoli che la kermesse napoletana offrirà, come di consueto da circa un decennio, a partire da giugno, Cappuccio ha imbastito in poco tempo (il che già la dice lunga sul suo evidente dinamismo, ma anche sulla sua consistente conoscenza del territorio) un’intrigante ricognizione di quel teatro, indefinito e assai poco definibile, che le periferie, e le realtà marginali in genere, vanno da qualche tempo meritoriamente proponendo, necessitando però di una più intelligente attenzione oltre che dell’inevitabile aiuto, anche in termini economici, da parte delle istituzioni, per sopravvivere e comunque non essere lasciate in balia di se stesse.
“Quartieri di vita” si è fascinosamente denominata l’iniziativa, che ha coinvolto, nel dicembre scorso, 13 realtà territoriali campane, 9 a Napoli e 4 negli altri capoluoghi di provincia, offrendo le “luci della ribalta” a operatori e gruppi sociali, in tutta la loro problematica differenza: ribalta della conoscenza e dell’auto-conoscenza, prima e più di quella dello spettacolo, perché assicura, tramite la rappresentazione, la propria consistenza esistenziale (“io stesso mi sono chiarito tramite gli altri” diceva Jouvet a proposito del suo lavoro d’attore). Si è trattato di un vero e proprio schiaffo a quello che una volta si definiva il teatro ufficiale, ancora oggi troppo spesso assestato sui binari morti di una pratica volta al puro gioco estetico (a volte, nella ripetizione dell’identico, nemmeno a quello!), senza un barlume di riflessione sulle inesauribili possibilità che si offrirebbero sperimentando linguaggi e pubblici diversi, anche conservando – dignitosamente però – la memoria dell’irrinunciabile passato. Certo con l’omologazione trionfante, è difficile cogliere differenze o saggiare contaminazioni arricchenti, purché non distruttive di passate identità: l’amatorialità qui spesso non esprime l’ingenuo, caldo entusiasmo per la teatralità, quanto la volontà, più o meno consapevole, di rifarsi a modelli o addirittura a stereotipi ormai inflazionati; dalle culture marginali (il popolare di una volta) c’è poco da apprendere ormai, anche in virtù del saccheggio operato nei loro confronti, con conseguente azzeramento delle energie autonomamente creative. Gli anni ’70 (se n’è avvertita l’eco, in alcuni discorsi, dal punto di vista terminologico e concettuale) non possono ritornare, e non sarebbe nemmeno giusto invocarne il ritorno: peccato, tuttavia, che si sia spento del tutto il grido di dolore, isolato e tragico, che accompagnò profeticamente la scomparsa irrimediabile di quel mondo, il grido di Pasolini fra pochi altri.
Resta tuttavia l’etica dell’incontro: a teatro si continua ad andare o, se preferite, si continua a fare teatro per bisogno di amicizia, per l’esigenza di stare (non virtualmente!) insieme e magari esprimere un minimo di creatività residua. E’ quanto abbiamo riscontrato partecipando ad alcuni degli appuntamenti previsti dal programma: a pochi purtroppo, in quanto spesso impediti da quel turismo natalizio che da qualche anno rende poco praticabili le nostre città, celebrando un ben diverso modo dello ‘stare insieme’, con venature sottilmente fraudolente. In un mondo in cui tutto è frode – ci si potrebbe obbiettare – anche il teatro come “inganno organizzato” presenta, quasi emblematicamente, le sue colpe. “Non c’è niente di più falso del teatro” – diceva, non a caso, ancora una volta, Jouvet, “ma anche – aggiungeva subito dopo – niente di più vero”. Forse bisogna ritrovare, reinventare il teatro, partendo dalle necessità, dai bisogni dei partecipanti (i bisogni veri, non subdolamente indotti, se mai fatti nascere da più ampi orizzonti culturali, innescati da un sano illuminismo, oggi non più di moda). È la strada sulla quale, correttamente e coraggiosamente, ci sembra si sia incamminato Cappuccio: occorre continuità perché il progetto possa realizzarsi; ma “del doman non c’è certezza” (ricorda l’interessato a se stesso). Auguri, comunque.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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