Mer. Lug 17th, 2019

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Finanziamenti ai giornali, si scatena l’antigiornalismo grillino

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S’avanza impetuoso l’antigiornalismo. A braccetto con l’antipolitica. A ben vedere è questo l’elemento che più colpisce nel recente botta e risposta tra Beppe Grillo (foto) e Roberto Natale a proposito del finanziamento pubblico all’editoria, “riveduto e corretto” nel decreto legge che la scorsa settimana ha avuto l’ok definitivo della Camera, ma comunque mantenuto in vita almeno fino al 2014. Non è tanto la filippica del leader del Movimento 5 Stelle a fare specie - “Non è vero che allo Stato mancano i soldi. Dipende a chi vanno.

di Vera Arabino

S’avanza impetuoso l’antigiornalismo. A braccetto con l’antipolitica. A ben vedere è questo l’elemento che più colpisce nel recente botta e risposta tra Beppe Grillo (foto) e Roberto Natale a proposito del finanziamento pubblico all’editoria, “riveduto e corretto” nel decreto legge che la scorsa settimana ha avuto l’ok definitivo della Camera, ma comunque mantenuto in vita almeno fino al 2014.
Non è tanto la filippica del leader del Movimento 5 Stelle a fare specie – “Non è vero che allo Stato mancano i soldi. Dipende a chi vanno. Per i giornali i finanziamenti pubblici ci sono sempre. I giornali, megafono dei partiti, potranno continuare a raccontare le loro balle quotidiane grazie ai contribuenti che pagano le tasse per mantenerli in vita. Senza i finanziamenti pubblici i giornalai assistiti dovrebbero trovarsi un vero lavoro e, cosa più importante, in Italia non si sentirebbe più (o molto meno) il puzzo della menzogna” – quanto, piuttosto, il tenore complessivo dei molti commenti che la corredano sul suo seguitissimo blog.
Praticamente in tutti serpeggiano sfiducia, disistima, astio nei confronti di una categoria giornalistica, messa alla berlina al pari dell’odiata casta politica di cui è considerata “serva” o addirittura sodale nello sfascio del Paese. “Gli stessi che ci informano che siamo poveri ci fottono i soldi…” è il commento più ironico. Altri ci vanno giù duro: “I giornalisti dovrebbero essere lo specchio di una nazione ma, venduti alla casta, sono la fogna della nostra”. Qualcuno parla di “una tangente legalizzata per comprarsi il silenzio dei giornalisti su scelte politiche sbagliate”. Altre analisi non sono più tenere: “Ogni giornale o televisione può avere legittime simpatie politiche. Ma in Italia siamo andati oltre, il sistema è referenziale, dipendente dal potere e ridicolo al tempo stesso. Il telegiornale o il giornale non solo tifa, ma è il partito politico stesso, è il guardiano della casta politica, è la disinformazione, è un esecutore di ordini non scritti. Il giornalismo italiano critica il sistema, ma svolge la funzione di guardia pretoriana con estrema devozione ed efficienza”.
L’accorata difesa della categoria giornalistica da parte del presidente della Federazione Nazionale Stampa Italiana non fa per niente breccia nel cuore dei grillini: “Grillo si comporta come se in Italia il mitico “mercato” funzionasse alla perfezione, e dunque meritasse di essere arbitro della vita e della morte dei giornali – argomenta Roberto Natale – Comunichiamo a Grillo che il conflitto di interessi non si è dissolto dopo che Berlusconi è uscito da Palazzo Chigi, e che tanta parte della grande editoria “non assistita” vive grazie al supporto di poteri economico-finanziari che i giornali sostenuti dal finanziamento pubblico non hanno e non vogliono avere. Se morissero queste voci (di partiti, associazioni, minoranze linguistiche, volontariato, cooperative), l’aria del pluralismo italiano sarebbe ancora meno respirabile”.
Non sarebbe poi un gran male, a giudicare dal profluvio di commenti che circolano on line: è vero – scrivono in molti – che rompendo l’incantesimo del finanziamento pubblico si avranno meno giornali e giornalisti, ma forse si otterrà un sistema informativo più obiettivo e concorrenziale, che funzionerà meglio. La soluzione per gli internauti, insomma, è una sola: stop al finanziamento ai partiti e anche ai loro giornali. Tutti i giornali devono reggersi da soli: se non ci riescono, come qualunque azienda evidentemente hanno un sistema sbagliato di organizzazione, qualità ed utilità e quindi non hanno ragione di esistere.
Giocherà anche un ruolo la foga iconoclasta del mo(vi)mento ma sono segnali che non vanno sottovalutati. La professione giornalistica è ormai assediata da più lati, le problematiche che la attanagliano sono molte e spinose. Ma vale la pena di fermarsi a riflettere sulle cause del vero e proprio “antigiornalismo” che sta dilagando nell’opinione pubblica, sulle responsabilità e sulle conseguenze. Nell’ultima lezione, che tenne all’Università di Torino nel maggio del 1997, Indro Montanelli ebbe a dire ai giovani aspiranti giornalisti: “Se vi giocate la fiducia del pubblico siete perduti. Questa fiducia bisogna conquistarsela seriamente e faticosamente, giorno per giorno. Questo non ci mette al riparo dall’errore, ma impone l’obbligo di denunziare noi stessi, quando ci accorgiamo dell’errore, e di chiedere scusa al lettore. Se volete fare questo mestiere, ricordatevelo bene”. E così concluse la sua lectio: “Il giornalismo si fa per il giornalismo, e per nessun’altra cosa”.

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