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Fine del mondo nel 2012? Facili profetismi e fughe dalla realtà

Fine del mondo nel 2012? Facili profetismi e fughe dalla realtà
di Carmelo Currò

Durerà due tempi, un tempo e la metà di un tempo. Parole del Libro dell’Apocalisse, per i credenti Parola infallibile di Dio. Tanto durerà, secondo S.Giovanni Evangelista il periodo in cui avrà luogo sulla Terra la terribile battaglia contro le forze del male, seguita dal ritorno di Gesù e dalla vera fine del mondo. La durata è definita, tanto più che i commentatori sono d’accordo nello stabilire che per “tempo” si intende un anno. Ma sul quando? Sulla data non vi è accordo; anzi infinite fini preannunziate con sicurezza vengono periodicamente rinviate, sospese, dimenticate, giustificate (poiché non si verificano). È un fenomeno ricorrente, nella storia del mondo, parlare della sua fine. Ma a parlarne non sono solo menagrami, delusi, depressi, visionari, astrologi, santoni, veggenti e profeti di catastrofi. Nel corso dei secoli si sono aggiunti alla lista aspiranti archeologi, sedicenti studiosi, lettori di Nostradamus, giornalisti, conduttori televisivi e manager editoriali. Quelli, cioè che rinvigoriscono case editrici con titoli ad effetto per un pubblico dai gusti semplici che vanno dai templari ai segreti delle piramidi. E poi c’è, appunto, il pubblico, la gente che si accoda, ascolta e spesso crede.
Nei primi tempi furono i Cristiani più devoti e ansiosi di vedere o rivedere Gesù a credere nella fine, poiché lo stesso Redentore aveva pronunziato parole esplicite su questa verità di Fede; e si sapeva come non sarebbe passata quella generazione prima che i giusti e i salvati dovessero passare attraverso la “grande tribolazione”. La tribolazione di cui parla l’Apocalisse è stata però riconosciuta con la persecuzione di Nerone, cui l’apostolo Giovanni sopravvisse e su cui ebbe naturalmente particolareggiate informazioni. E lo stesso S. Paolo, prima che si scatenasse quell’evento (di cui fu vittima), esortava i Cristiani che attendevano la fine dedicandosi solo a preghiere e lontani dalla vita pratica, sulla necessità di continuare la propria quotidianità, ed anzi li avvertiva: “chi non lavora non mangi”.
Segni del male e persecuzioni preannunziate erano però destinati ad infiammare periodicamente le fantasie e a consolare i tribolati. S. Gregorio Magno, di fronte agli sconvolgimenti dei suoi tempi (guerra fra Impero e Longobardi, devastazioni di città e paesi, deportazione in massa degli abitanti, decadenza del clero, la terribile pestilenza che afflisse l’Italia), non esitò a parlare di fine del mondo; ma lo stesso Pontefice intendeva la fine del proprio, vecchio mondo, cui egli stesso apparteneva. È questo il dato comune quando si indaga sulla storia dei movimenti millenaristi. Di fronte a ingiustizie e difficoltà apparentemente insormontabili, all’incapacità di elaborare progetti di rilancio comunitario o individuale, l’individuo preferisce rifugiarsi in una torre d’avorio edificata con le convinzioni del gruppo sociale, le certezze della sua educazione, la sicurezza di essere nel giusto, la speranza di essere vendicati dal Cielo. Spesso ogni attività viene sospesa, le progettualità rinviate, la riscossa rimandata a una sorta di Deus ex machina che un giorno (vicino o lontano) dovrebbe venire sulle nubi o a bordo di un disco volante, punire i cattivi e far trionfare la giustizia. Si crea, dunque, il fenomeno della resa che Dyer attribuisce ad una nostra pigrizia mentale: cedere le armi per giustificare la nostra scarsa reattività. Da secoli sedicenti anime privilegiate piuttosto che edificare un pezzo di Paradiso in terra (come hanno fatto S. Francesco, S. Luigi, William Wilberforce, Madre Teresa di Calcutta o Albert Schweitzer), hanno preferito spostare la riscossa in data da definirsi. All’inizio del 1994, a proposito della fine del mondo prevista per l’anno 2000 sulla base delle solite cervellotiche acrobazie numeriche, Giuseppe Frangi scriveva su 30 Giorni che questo modo di reagire è tipico di chi “anche nella Chiesa, sposta il discorso sul futuro per vincere la frustrazione del presente”. A suo avviso si tratta di una “falsificazione” dovuta “a un cristianesimo alle corde, assediato dalla cultura dominante, espulso dai mass-media, assente dai comportamenti collettivi”; e di cui, si può dire oggi, mancando una figura leader come quella di Giovanni Paolo II, l’assedio mediatico propone i lati peggiori come la pedofilia o le congiure interne vaticane.
Questo per quanto riguarda le storie personali. Ma chi mette in moto negli altri un meccanismo mentale innescato da paure (anche giustificate come nel caso di guerre, rapimenti, disoccupazione), delusioni e false aspettative? Sono infiniti gli esempi storici dei profeti di sventure, dall’anno 1000 alle favole sui segreti di Fatima, clamorosamente sgonfiati dopo l’apertura della busta che si vagheggiava contenesse annunci fatali per il mondo. Tanta gente nell’alto Medioevo non sapeva neppure in che anno vivesse, ed è molto probabile che non sia stata mai raggiunta dalle voci del prossimo giudizio finale. Nei secoli passati il profetismo alla Savonarola era sovente studiato a tavolino per provocare ripercussioni politiche. Oggi le motivazioni economiche rivestono un ruolo prevalente. Per quanto riguarda Fatima, per esempio, gli uomini e donne d’affari che animano gruppi, pellegrinaggi e pubblicazioni, dopo aver tentato di alimentare voci su congiure o sulla sostituzione dei test delle rivelazioni, hanno spostato la propria attenzione su altri luoghi con discesa diretta dal Paradiso.
Nel 1994, Frangi accusava vaticanisti e case editrici di aver realizzato grandi affari investendo nel filone del millenarista medievale Gioacchino da Fiore, su cui furono pubblicati libri, studi e indagini. Oggi il lancio del calendario Maya con la solita teoria di scoperte archeologiche, rivelazioni e volumi spesso scritti da persone che sull’argomento hanno solo una preparazione sommaria, continua la felice intuizione di chi stimola curiosità e insicurezze del lettore. Dunque, l’antico popolo messicano, avrebbe previsto la fine del mondo per il 2012. Più precisamente, la fine della Quinta Era. Non bisogna dimenticare, però, che i Maya calcolavano i tempi secondo lunghi periodi, e non solo secondo anni. Fine, dunque, ma di un periodo e non del mondo. Ma i ricercatori di misteri, a caccia di codici e di riscontri storici, hanno finito per tirare nel calderone Maya l’inversione dell’asse magnetico terrestre (che però risulta in ritardo di 780.000 anni!) e il passaggio di una cometa (la stessa vista prima della morte di Giulio Cesare) che potrebbe avvicinarsi alla Terra fino al punto di impatto e che rimarrebbe invisibile (perché mai?) fino all’ultimo momento.
Restano, per chi è credente, le rassicuranti parole di Gesù: quando avverrà questo, non lo sanno neanche gli angeli del Cielo. Perché dunque lo dovrebbero sapere i Maya o Nostradamus? E che si inventeranno l’anno prossimo?

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