Lun. Ago 19th, 2019

I Confronti

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Fo, il pifferaio magico che diede voce agli ultimi

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di Pasquale De Cristofaro
di Pasquale De Cristofaro
Pasquale De Cristofaro
Pasquale De Cristofaro

In questi anni su Dario Fo è stato detto e scritto tutto e il contrario di tutto. Osannato o dileggiato. E già, perché al di là del suo essere un artista, tutta la sua attività non può essere considerata che politica sempre. Dai suoi esordi “repubblichini” fino al Fo maturo e compagno di strada di un “sessantotto” che, appena qualche anno più tardi, sarebbe sbandato paurosamente verso una deriva terroristica, ognuno ha voluto dire la sua. Uomo quanto meno contraddittorio e opportunista, secondo i suoi avversari. A tale riguardo, vorrei però ricordare che questa questione si pose per tutta una generazione di giovani a cavallo tra fascismo e anti-fascismo, e non solo Fo si trovò traumaticamente a fare i conti con i propri giovanili entusiasmi. Non si può restare attaccati per sempre ad un atteggiamento e biasimare un’intera esistenza per una momentanea sbandata. La sua vita successiva è stata da questo punto di vista esemplare, sempre dalla parte dei meno garantiti, degli ultimi e di chi non aveva voce in capitolo. Pittore e disegnatore geniale, con una tavolozza coloratissima, il grande Dario, dopo aver conosciuto Franca Rame, che invece proveniva dal teatro, cominciò a frequentare le scene con un piglio e un’efficacia davvero rara. Da allora in avanti il teatro diventò la sua casa dove poter sperimentare il suo infaticabile istrionismo. Nel segno di Aristofane e della “commedia dell’arte” declinata a modo suo, si farà drammaturgo, attore, regista, mimo e pantomimo, cantante e cabarettista, imponendosi grazie alla sua grande capacità di tenere la scena e governare con sapienza il difficile rapporto con le platee. Conobbe un immediato successo anche televisivo che gli assicurò una grande visibilità. Ma il suo franco quanto schietto, insolito e un po’ anarchico modo di stare dentro il mondo dello spettacolo italiano, gli riserverò anche qualche dispiacere e qualche veto. Censurato dalla TV ed isolato per le apparenti irragionevolezze, maturò, con Franca, un modo nuovo di produzione e circuitazione dello spettacolo in Italia. Dopo tutto, non poteva essere diversamente a cominciare da Milano, la città di Grassi e Strehler, dove non poteva esserci spazio per un teatro politico che facesse uso di uno “straniamento” di non rigida ortodossia brechtiana. Fo, allora, giullare e guitto, amante dalla facile canzonetta d’avanspettacolo, fu guardato con sospetto dai teatranti e dagli intellettuali anche di sinistra. Si mise, dunque, alla ricerca di un pubblico nuovo, vergine e non paludato. Uscì dai teatri di velluto e ori e cercò un approccio politico con la classe operaia e studentesca che di solito non frequentava le sale borghesi. Il suo impegno politico si fece sempre più forte anche se non mancarono ombre e ambiguità. Alcuni lo accuseranno di scrivere per il teatro in modo addirittura contro-rivoluzionario. Secondo i suoi detrattori, la forma chiusa della sua drammaturgia molto spesso nascondeva un fascino un po’ reazionario. Certo i suoi monologhi, senza alcun dubbio, costituirono il meglio della sua produzione e la sua vera novità. Pur restando intatta la sua capacità fascinatoria che neutralizzava di fatto il rapporto dialettico tra palco-platea, la sua proposta comunque si impose come l’unica alternativa possibile. Fo diventò, allora, un indiscusso mattatore, un pifferaio magico che se non era riuscito a cambiare il mondo, almeno era riuscito ad insegnarci che per non rendere la nostra vita inutile bisognava impegnarsi per dare voce e corpo a chi non ce l’aveva. Ecco, neppure il premo Nobel era riuscito a renderlo meno diretto. Detto questo, solo ora m’accorgo che ne ho parlato al passato. Nulla di più errato. Il suo magistero è presente. Niente monumenti, e niente retorica, a tutto questo avrebbe reagito con un sonoro e irriverente sberleffo. La vita continua e che il sorriso (buffo) l’accompagni per sempre.

In copertina, Dario Fo e Franca Rame in una foto di quarant’anni fa

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