Fo, il pifferaio magico che diede voce agli ultimi

Fo, il pifferaio magico che diede voce agli ultimi
di Pasquale De Cristofaro
Pasquale De Cristofaro
Pasquale De Cristofaro

In questi anni su Dario Fo è stato detto e scritto tutto e il contrario di tutto. Osannato o dileggiato. E già, perché al di là del suo essere un artista, tutta la sua attività non può essere considerata che politica sempre. Dai suoi esordi “repubblichini” fino al Fo maturo e compagno di strada di un “sessantotto” che, appena qualche anno più tardi, sarebbe sbandato paurosamente verso una deriva terroristica, ognuno ha voluto dire la sua. Uomo quanto meno contraddittorio e opportunista, secondo i suoi avversari. A tale riguardo, vorrei però ricordare che questa questione si pose per tutta una generazione di giovani a cavallo tra fascismo e anti-fascismo, e non solo Fo si trovò traumaticamente a fare i conti con i propri giovanili entusiasmi. Non si può restare attaccati per sempre ad un atteggiamento e biasimare un’intera esistenza per una momentanea sbandata. La sua vita successiva è stata da questo punto di vista esemplare, sempre dalla parte dei meno garantiti, degli ultimi e di chi non aveva voce in capitolo. Pittore e disegnatore geniale, con una tavolozza coloratissima, il grande Dario, dopo aver conosciuto Franca Rame, che invece proveniva dal teatro, cominciò a frequentare le scene con un piglio e un’efficacia davvero rara. Da allora in avanti il teatro diventò la sua casa dove poter sperimentare il suo infaticabile istrionismo. Nel segno di Aristofane e della “commedia dell’arte” declinata a modo suo, si farà drammaturgo, attore, regista, mimo e pantomimo, cantante e cabarettista, imponendosi grazie alla sua grande capacità di tenere la scena e governare con sapienza il difficile rapporto con le platee. Conobbe un immediato successo anche televisivo che gli assicurò una grande visibilità. Ma il suo franco quanto schietto, insolito e un po’ anarchico modo di stare dentro il mondo dello spettacolo italiano, gli riserverò anche qualche dispiacere e qualche veto. Censurato dalla TV ed isolato per le apparenti irragionevolezze, maturò, con Franca, un modo nuovo di produzione e circuitazione dello spettacolo in Italia. Dopo tutto, non poteva essere diversamente a cominciare da Milano, la città di Grassi e Strehler, dove non poteva esserci spazio per un teatro politico che facesse uso di uno “straniamento” di non rigida ortodossia brechtiana. Fo, allora, giullare e guitto, amante dalla facile canzonetta d’avanspettacolo, fu guardato con sospetto dai teatranti e dagli intellettuali anche di sinistra. Si mise, dunque, alla ricerca di un pubblico nuovo, vergine e non paludato. Uscì dai teatri di velluto e ori e cercò un approccio politico con la classe operaia e studentesca che di solito non frequentava le sale borghesi. Il suo impegno politico si fece sempre più forte anche se non mancarono ombre e ambiguità. Alcuni lo accuseranno di scrivere per il teatro in modo addirittura contro-rivoluzionario. Secondo i suoi detrattori, la forma chiusa della sua drammaturgia molto spesso nascondeva un fascino un po’ reazionario. Certo i suoi monologhi, senza alcun dubbio, costituirono il meglio della sua produzione e la sua vera novità. Pur restando intatta la sua capacità fascinatoria che neutralizzava di fatto il rapporto dialettico tra palco-platea, la sua proposta comunque si impose come l’unica alternativa possibile. Fo diventò, allora, un indiscusso mattatore, un pifferaio magico che se non era riuscito a cambiare il mondo, almeno era riuscito ad insegnarci che per non rendere la nostra vita inutile bisognava impegnarsi per dare voce e corpo a chi non ce l’aveva. Ecco, neppure il premo Nobel era riuscito a renderlo meno diretto. Detto questo, solo ora m’accorgo che ne ho parlato al passato. Nulla di più errato. Il suo magistero è presente. Niente monumenti, e niente retorica, a tutto questo avrebbe reagito con un sonoro e irriverente sberleffo. La vita continua e che il sorriso (buffo) l’accompagni per sempre.

In copertina, Dario Fo e Franca Rame in una foto di quarant’anni fa

redazioneIconfronti

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