Fotogrammi di libertà

Fotogrammi di libertà
di Pasquale De Cristofaro
Il regista De Cristofaro
Il regista De Cristofaro

Il giovane favoloso, film che Mario Martone ha dedicato a Giacomo Leopardi è decisamente bello ed efficace. Un’operazione necessaria che in un tempo di crisi identitaria dà a noi italiani una bandiera sotto la quale provare a ritrovare un po’ d’orgoglio. Il poeta di Recanati non è qui solo il povero sfigato, malato e quant’altro; è un giovane che usa il suo studio “matto e disperato” per raggiungere una sincera autonomia ed emancipazione da una famiglia e un “borgo natio” che limitano fortemente la sua voglia di libertà. Leopardi è rappresentato, quindi, come un giovane che prova in tutti modi, dapprima a ribellarsi alla severa autorità paterna e, successivamente, nel cercare la fuga da Recanati, a trovare una possibile realizzazione ai suoi sogni di gloria letteraria. Per il resto c’è solo la sua poesia, grande, grandissima. Fofi ha parlato a giusta ragione di un film riuscito perché Martone come regista ha fatto un passo indietro, mettendosi decisamente al servizio della storia e del personaggio senza imporre alcunché e senza strafare. In una parola  limitandosi ad “illustrare”, lasciando a Leopardi e alla sua poesia di venir fuori senza che un eccessivo peso interpretativo ne bloccasse o limitasse la reale portata. Una regia di servizio mai come in questo caso preziosa; una regia attenta ed interessata a restituirci un personaggio vivo e lontano dalle tante interpretazioni che fin qui sul poeta non sono mancate da parte dei suoi numerosi esegeti. Detto questo, però,  non posso nascondere che anch’io ho trovato l’ultima mezz’ora, quella per capirci su Napoli, discutibile. Non certo per aver illustrato la città sporca e piena di “lazzaroni” (diavoli che abitano un Paradiso), quanto semmai perché il regista qui si è fatto prendere un po’ la mano ed è scivolato in alcuni stereotipi, in alcuni vezzi che da sempre relegano la città in un limbo così autoreferenziale, decisamente insopportabile. Il film che riesce per un’ora e più ad appassionare il pubblico non concedendo nulla allo spettacolo e assecondando una rigorosa sequela d’avvenimenti che avrebbe travolto una mano meno esperta, in ultimo precipita in una discutibile rappresentazione di Napoli e dei napoletani che veramente non vorremmo più vedere né sulle scene né sugli schermi. L’interpretazione profonda e così mimetica di Elio Germano deve, qui, fare i conti con processioni, lupanari e scugnizzi che affogano e zavorrano tutto il dolore e l’incomprensione del recanatese in un imbarazzante colore locale, in un folclore più citato che approfondito. Ma il colore pallido della ginestra e l’arida montagna dello “sterminator Vesevo”, riescono, per fortuna, sul finale a riportare il film in alto, regalando, con quella luce fredda e ghiacciata, attimi di spietata grandezza.

redazioneIconfronti