Freddo l’allestimento di Ozpetek, ma Violetta ci commuove ancora?

di Francesco Tozza

Di Traviata, ormai, si sa tutto (o quasi), anche da parte dei non addetti ai lavori; difficile, del resto, trovare chi non abbia ascoltato il capolavoro verdiano una o più volte, nei piccoli o grandi teatri, con l’eccezione – forse – delle più giovani generazioni, per le quali qualcosa si sta facendo, onde facilitarne l’ingresso in quei vetusti templi (ma qualcosa di più andrebbe fatto, pena l’estinguersi della fruizione live di un genere, il melodramma, peraltro attraverso altri canali, o forme linguistiche solo parzialmente diverse, abbastanza seguito).
Di melodrammi, invece, è pieno l’aere! Ed è inutile obiettare che amori di prostitute d’alto bordo redente dalla morte, infatuazioni di ottusi Alfredi o interdetti alla vecchio Germont non hanno alcun riscontro nella società d’oggi: basterebbe astrarre, dai vari contesti storico-geografici, le strutture fondamentali di certa vita di relazione e ogni paziente antropologia, senza complessi, scoprirebbe sorprendenti analogie, insospettate permanenze. Ma poi c’è la musica, come in pittura c’è il colore; e questo fa la differenza: fra la realtà quotidiana in cui siamo immersi, troppo spesso assai banale, e quella della finzione artistica, forse altrettanto banale se ci si limita a ciò che ci racconta (quando ce lo racconta), ma salvata – per così dire – dal differente linguaggio che la esprime, il gesto (se preferite, il segno), musicale o pittorico, per rimanere agli specifici esemplificati.
Tutto questo per dire che il tanto sbandierato problema dell’attualizzazione (notoriamente sentito solo in ambito teatrale, nel teatro d’opera in particolare, almeno da qualche decennio a questa parte, assente invece in pittura, nelle arti visive in genere, forti del resto di una più consistente contemporaneità nella propria produzione) è un problema mal posto e comunque sopravalutato: rivela un’attenzione eccessiva (comprensibile, ma da mantenere entro una equilibrata misura) per quella che nasce e resta cornice (a volte anche splendida cornice, ma pur sempre tale) dell’evento teatrale in musica. Dalla cornice, invece, e da almeno un cinquantennio, ha operato una vera e propria fuga quello fra i linguaggi che, nel corso della storia dell’arte, ne ha fatto più uso, cioè la pittura, insofferente ormai a quella bidimensionalità cui essa, magari inavvertitamente, la costringeva, correndo verso i lidi liberatori del movimento, quindi della performance, se non della vera e propria azione scenica. Al melodramma, probabilmente, avrebbe giovato un’operazione parallela, anche se ovviamente diversa, di contestazione della sua cornice: anziché abbellirla e lucidarla, in direzione di uno sterile sfarzo (oltretutto spesso distraente dalle ragioni della musica), avrebbe potuto romperla a suo modo, quasi azzerandola come scenografia (pleonastica ambientazione della vicenda narrata dal libretto), piuttosto indirizzandola, se non proprio verso l’asettica ma seducente immobilità dell’oratorio (pertinente omaggio, però, all’astrattezza del linguaggio musicale anche nel mondo dell’opera, confermato dalle sempre più frequenti versioni da concerto che se ne danno), verso una sorta di istallazioni, concepite come semplice supporto e/o accompagnamento ad una drammaturgia sostanzialmente musicale. Qualcosa in proposito si è felicemente tentato – non ci stancheremo mai di ripeterlo – proprio qui al San Carlo, alcuni anni fa, in tempi d’oro per la sua programmazione lirica (tali non apparsi solo a chi reputa principale competenza di un direttore artistico quella di saper far di conti…, coerentemente ai tempi del resto!): ed erano allora i Kiefer, i Paolini, i Paladino, magari uno scarno ma per questo più inquietante Frigerio, a dare il segno visivo a indimenticabili spettacoli musicali (sui quali, non a caso, fioccavano premi Abbiati e altri riconoscimenti ancora), mentre ad inaugurare stagioni, o comunque a caratterizzarne il livello, si offriva coraggiosamente – per citare qualche titolo – la straussiana Elektra o un seducente Tristano, sfidando l’improbabile (ma non impossibile) “tutto esaurito”.
Che ovviamente, e puntualmente, si è registrato, invece, con questa Traviata, scelta per aprire la stagione 2012-2013: sia detto senza polemica verso la (indubbiamente) maggiore popolarità del genio di Verdi, peraltro nell’anno in cui due illustri centenari hanno rischiato di rinfocolare passate polemiche fra due diverse scuole di pensiero musicale, ormai felicemente conviventi. La nostra polemica, se mai – per quanto fin qui detto – è nei confronti di debordanti regie (comunque mai nel segno di quel conservatorismo che da sempre caratterizza i pubblici – e anche gran parte della critica! – che frequenta i teatri lirici), colpevoli non di innovare troppo…, ma di non innovare per niente: l’inseguimento del nuovo, peraltro, non criticamente affrontato, non può certamente assurgere ad imperativo categorico dell’operare artistico, pena la caduta in un nuovismo di maniera.
Nessun appunto di rilievo, nel caso specifico, ma nemmeno, a dir la verità, particolari apprezzamenti, sentiamo di dover rivolgere ad Ozpetek, regista cinematografico del quale ricordiamo con piacere soprattutto il primo film, Il bagno turco (ma non ci sembra che il suo cinema riveli una particolare propensione per il melodramma, come nel caso del grande Visconti o, più di recente, di Mario Martone, esempio peraltro – con il suo ultimo, bellissimo Noi credevamo – di quanto il teatro d’opera possa influenzare, a sua volta, il fare cinema di chi ha cominciato a frequentarlo spesso!). Di sicuro sono state evitate, comunque, le inutili provocazioni, anche le turcherie…. che qualcuno, forse ingenuamente, si aspettava dal regista turco; che invece ha solo spostato l’ambientazione della vicenda agli inizi del ’900, concedendosi al 1° atto un salotto di Violetta in stile ottomano, dove si festeggia, fra specchi, divani e grandi cuscini gettati sul pavimento, «a champagne e narghilè» (funzionali le scene di Dante Ferretti, eleganti e appropriati i costumi di Alessandro Lai). Per il resto – se si eccettua quel volto di Violetta fatto balenare su un velario, a sipario aperto, per tutto il preludio del 1° atto (di una sconcertante banalità) – si è dovuto aspettare l’ultimo atto per registrare qualcosa di più accattivante: in un palcoscenico completamente vuoto e oscuro, la luce inonda soltanto il letto della moribonda, mentre dal buio emergono i fantasmi del suo animo inquieto, momenti di un passato non completamente rimosso, fra i quali, forse, l’equivoco abbraccio con Germont padre, probabile suo ex amante (ma l’idea meritava un ulteriore, magari più visionario, sviluppo).
Se questa, dunque, non è stata la Traviata di Ozpetek (e perché avrebbe dovuto?), sarà ricordata come una Traviata giovanile, per l’età media dei suoi interpreti, non acerbi fortunatamente, anche se non ancora all’apice della maturità, come quest’opera pur richiederebbe, in un teatro di tradizione, non certo con stagioni sperimentali. Il direttore Mariotti ha guidato l’orchestra sancarliana con tempi e dinamiche convincenti, consapevole di essere di fronte ad un Verdi non più prigioniero del “canto accompagnato”, ma con uno strumentale ormai innegabilmente sinfonico (e non solo nei due celebri preludi, con i loro lunghi pianissimi), anche se non pienamente liberato da quel tanto di bandistico (i bassi segnati dal suono associato della grancassa e dei piatti) che le giovanili esercitazioni di Busseto ancora manifestavano nelle sue opere. Fra gli interpreti (nella replica che ci è toccata in sorte, in un teatro sempre pienissimo, cantavano quelli del secondo cast, a detta degli ‘assidui’ superiore al primo, almeno per quanto riguarda i protagonisti maschili) si registrava una vocalità omogenea, senza vertici di resa ma nemmeno evidenti défaillance (Alfredo era Tomislav Muzek; Giorgio Germont, Simone Piazzola). Cinzia Forte, nel ruolo della protagonista, è apparsa elegante nel fraseggio, brillante nelle colorature, efficace nella resa scenica.
Eppure qualcosa sembrava mancare a questa Traviata, nel complesso forse un po’ fredda: non a caso gli applausi che in opere del genere si susseguono, magari irritanti e scomposti, interrompendo l’azione in ogni atto, questa volta hanno aspettato la fine per manifestarsi, senza particolare insistenza oltretutto (e la cosa, a detta di molti testimoni, si è verificata già dalla sera della prima): un pubblico finalmente educato ad un ascolto più attento e continuo? Maggiore raccoglimento di fronte al fluire del discorso musicale, non più inteso come lo snocciolarsi di pezzi celebri?
E Violetta ci commuove ancora? Probabilmente si, ma per la musica di Verdi, più che per il dramma di Dumas che si porta alle spalle; e la commozione – se ancora la si vuol chiamar così – è essenzialmente estetica, quindi più controllata. Senza bisogno di cornici, appunto.

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