Lun. Lug 22nd, 2019

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Fruttero & Lucentini, analisti e antidoti della stupidità

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Con loro due la scrittura diventò preveggenza / di Rosaria Fortuna
di Rosaria Fortuna

È possibile parlare ancora oggi di Fruttero & Lucentini come di un longseller?
Fruttero & Lucentini iniziarano a muovere i primi passi nel mondo editoriale italiano a Torino in via Biancamano 1 bis. Erano diversissimi e questo contribuì a renderli una coppia di successo. Erano consapevoli di non essere grandi scrittori, abituati come erano, attraverso l’attività di traduzione, a leggere il mondo. Questo consentiva loro di non prendersi sul serio. A Lucentini si deve, tra le tante cose, la traduzione de “La biblioteca di Babele” di Borges, a Fruttero il teatro di Samuel Becket e a tutti e due “Le meraviglie della possibile. Antologia della Fantascienza” (1959) e “Il secondo libro della Fantascienza” (1961), grazie alla collaborazione con Urania. Questo loro lavoro sulla fantascienza è utile, ancora oggi, per comprendere il potere profetico della letteratura e la loro grandissima attualità anche come traduttori e non solo.

Sul set de "'La donna della domenica''
Sul set de “‘La donna della domenica”

L’attività di traduzione consentiva, ad entrambi, di misurarsi con la loro naturale capacità di narrare la realtà senza eccessi ed isterismi. Lucentini imparava con grande facilità tutte le lingue che gli interessavano. Per lui, le lingue erano come gli ingranaggi della bicicletta: da smontare e rimontare. Fruttero era meno interessato a rompere i giocattoli per poi ricostruirli ma non meno attento ai meccanismi. Erano due puri e per questo degli eccentrici. E tutto questo li rendeva liberi. Il loro primo libro in società fu “La donna della domenica”. Ci vollero sette anni per scriverlo. Se uno, Fruttero, portava la sua conoscenza del mondo e dello stile, l’altro, Lucentini, portava il suo mondo enorme e vasto di conoscenze filosofiche, scientifiche, letterarie. Ne uscì un ritratto di Torino, che ancora oggi ha il suo fascino e la sua giustezza e un film di Luigi Comencini, interpretato da Marcello Mastroianni e Jacqueline Bisset, al culmine della loro bellezza e del loro successo. Il film fu sceneggiato da Carlo Fruttero e da AGE. La colonna sonora di Ennio Morricone e la presenza di Lina Volonghi, assassina con parrucca ed impermeabile, anticiparono di molto l’assassino di “Vestito per uccidere” di Brian De Palma e rendono il film e quindi il libro ancora più interessanti e molto poco fenomeno solo italiano. Questo perché l’attività di traduzione amplifica il potere di preveggenza della scrittura, la contamina e lancia mode che poi vengono intercettate in ogni dove. Le loro erano invenzioni della parola scritta e come tutte le invenzioni avevano il potere di ricalcare la realtà. In loro la scrittura era soprattutto previsione e attraversamento, costruzione e rimescolamento della grande babele di cui era composta la loro formazione culturale.
La loro produzione non è seriale né occasionale. Ad entrambi non interessava il racconto a chiave; in loro tutto si fondeva così da accontentare qualsiasi lettore. Il libro diventa con loro anche un prodotto editoriale senza che il livello del testo ne risenta. E questo fece di loro gli antesignani di tutti gli scrittori di gialli e di noir all’italiana. In loro però il mescolamento di generi era autentico e senza forzature. Ma soprattutto volto a tenere in piedi la struttura del romanzo novecentesco, all’interno di un genere letterario: il giallo che diventa un bestseller, cosa che accadeva ai loro libri. Tutta questa operazione era totalmente sconosciuta agli altri autori italiani, parliamo degli anni ’70 e loro furono i pionieri di tutto ciò che oggi su carta, in rete e in TV seguiamo. Nel contempo, in seguito al successo de “La Donna della domenica”, Alberto Ronchey nel ’72 li invitò a scrivere per la terza pagina de “La Stampa”, giornale che dirigeva, un paio di elzeviri al mese su qualsiasi argomento. La rubrica si chiamava “L’agenda di F&L”. Scrissero sempre con libertà assoluta, a parte una volta che si occuparono di Gheddafi, che in quel momento aveva acquistato una parte delle azioni della Fiat e questo creò un po’ di scompiglio. Ben altra sorte venne riservata a Carlo Casalegno, il vice di Arrigo Levi, che subentrò ad Alberto Ronchey nella direzione del giornale. Carlo Casalegno venne ucciso dalle BR. E loro due ritenevano di essere stati fortunati, in quanto lasciati liberi di poter esprimere il loro parere e di poter utilizzare la penna a loro piacimento senza essere incorsi in spiacevoli e frontali “censure” ideologiche. Di quella rubrica e anche di quelle tenute su “L’Espresso” e su “Epoca” resta il libro “Il cretino”, edizioni Oscar Mondadori, una trilogia che comprende: “La prevalenza del cretino”; “La manutenzione del sorriso; “Il ritorno del cretino”.
Il volume non segue un ordine cronologico ma tenta piuttosto una classificazione per temi usando la betisse, la stupidità, come prima di loro aveva fatto Flaubert, un metodo di valutazione. A rileggere questi elzeviri, ci si rende conto della loro grandissima attualità e di come davvero la betisse sia diventata un problema. Al punto da incancrenirsi e diventare l’unico metodo di valutazione anche umana. È come se ad un certo punto la medietà fosse diventata betisse e quindi senza betisse non esistesse nemmeno il riconoscimento sociale. Insomma se non sei stupido nessuno ti riconosce. Fruttero & Lucentini mai avrebbero immaginato di essere profetici fino a questo punto, come mai avrebbero immaginato che i loro elzeviri si sarebbero trasformati in amache, buongiorno per un’esigenza sempre più pressante di frenare questa betisse che ormai ci permea tutti. Se li avessimo letti con più attenzione, avremmo preso la betisse per le corna e avremmo anche accettato che scrivere è un atto di libertà e una delle forme più alte di preveggenza. Come proprio Fruttero & Lucentini ci hanno insegnato. Per tutte queste ragioni sono un longseller. Assolutamente da ristampare anche per capire che la loro attività ha permesso di dare vita a tutti questi filoni, e di scrittura narrativa e di scrittura giornalistica. Come raramente è accaduto prima di loro e dopo di loro in Italia.

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